Gazzetta di Reggio

Il trionfo di del Toro nella notte degli Oscar più politica di sempre

di Marco Contino
Il trionfo di del Toro nella notte degli Oscar più politica di sempre

L’Italia c’è anche con la sceneggiatura di Ivory per Guadagnino McDormand si misura con la statuetta: «Donne, alziamoci»

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LOS ANGELES. Dopo 5 anelli e due ori olimpici, ecco per Kobe Bryant – reggiano a tutti gli effetti, cresciuto da noi mentre il padre giocava nella Pallacanestro Reggiana e lui vestiva la maglia delle giovanili – il premio che non ti aspetti. Un Oscar non alla carriera, per lui che è considerato tra i migliori cestisti della storia dell’Nba, ma alla sua verve cinematografica che lo ha portato nella 90ª edizione degli Academy Awards a trionfare nella categoria “cortometraggio animato” con “Dear basketball”. L’ex stella dei Lakers è voce narrante, sceneggiatore e produttore del documentario animato diretto da Glenn Keane, basato sulla lettera pubblicata nel novembre 2015 con la quale Bryant annunciava il ritiro. Quelle righe che iniziavano proprio con le parole «Dear Basketball» e in cui l’ex fenomeno della Nba ripercorreva tutta la sua carriera, Keane, che in passato ha lavorato alle animazioni di Aladdin e Tarzan, ha pensato bene di animarle e dar loro vita. «I giocatori di basket dovrebbero soltanto tacere e dribblare il pallone ma sono felice che possiamo fare qualcosa di più», ha esordito il gigante ritirando la statuetta sul palco del Dolby Theatre, indiretto riferimento a un commento che una giornalista di Fox News aveva fatto nelle settimane scorse all’indirizzo di LeBron James («dovrebbe solo tacere e dribblare»), che aveva parlato della difficoltà di essere neri in America dopo aver subito un atto vandalico a sfondo razzista. Poi, in italiano, Kobe Bryant ha ringraziato moglie e figlie, con un improvvisato quanto tenero «Gianna, ti amo con tutto il cuore». Un riconoscimento per l’Italia e appunto per Reggio, dovequello che sarebbe diventato il simbolo dei Lakers ha imparato i fondamentali del basket tra il 1984 e il 1991.

Politica. La notte degli Oscar n. 90 è stata la più politica degli ultimi anni. Con una pioggia di premi che, in un senso o nell’altro, ha dato alla statuetta una precisa connotazione storica, culturale e sociale. Messicana, in primis, con il trionfo di Guillermo del Toro e del suo film “La forma dell’acqua”. Ma anche di genere, con il movimento “Time’s up” chiamato ad alimentare il lato più militante della cerimonia in chiave anti-molestie. E ancora: un Oscar non troppo “white”, gay e transgender. Insomma, una edizione coloratissima: via il bianco e il nero di protesta e largo alle cromie sgargianti delle protagoniste femminili a sottolineare la diversità e l’universalità del linguaggio cinematografico, oltre le barriere. Che poi i verdetti politici siano, per una volta, anche quelli più scontati e, tutto sommato meritati (al netto degli esclusi dalle nomination), diventa anche una coincidenza fortunata.

Que viva México. Il film vincitore del Leone d’oro a Venezia, conquista anche l’Oscar più importante. Vince del Toro per il miglior film, miglior regia; e per migliore scenografia e colonna sonora. È la definitiva consacrazione del cinema e dei cineasti messicani a Hollywood: dopo Cuarón e il doppio Iñárritu, tocca a del Toro salire sul gradino più alto del podio, anche come miglior regista. L’Oscar di quest’anno non ha solo la forma dell’acqua, ma anche e soprattutto la sua, generosa e rassicurante: quella di un autore che, non a caso, cita Spielberg nel suo discorso di ringraziamento con un film capace di raccontare il diverso, con uno sguardo sospeso tra immaginazione infantile e Storia. E, insieme a lui, festeggia anche il Cile (che porta a casa il premio del miglior film straniero: “Una donna bellissima”) e, ancora, la tradizione messicana del cartoon “Coco”: qui a infrangersi sono le barriere tra la vita e la morte, in un tripudio di colori premiato come miglior film di animazione e miglior canzone.

Time’s up. Preceduto da precise scelte editoriali (il trio di donne sul palco – Sciorra/Hayek/Jude – che per prime hanno denunciato il caso Weinstein e l’esclusione dalla lista dei presentatori di Casey Affleck, accusato di molestie), l’Oscar a Frances McDormand come miglior attrice protagonista (per “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, in concorso anche a Venezia) è il culmine di una edizione che rivendica il ruolo centrale delle donne. L’attrice mette subito in chiaro le proporzioni: posa l’Oscar (maschio) a terra e mostra l’imponenza del proprio profilo di donna, invitando tutte le candidate ad alzarsi in piedi (tra loro anche la miglior interprete non protagonista, Allison Janney, per “Tonya”), al motto “inclusione e scrittura” perché il cinema si abitui a scrivere sempre più ruoli femminili senza discriminazioni.

Le prime volte. Sono quelle di Jordan Peele, Daniela Vega e, a 89 anni, di James Ivory. Il primo ritira l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale per il film “Scappa – Get out”, horror afro-americano contro l’America razzista di Trump. Daniela Vega, invece, è il primo transgender sul palco del Dolby Theatre portando un’altra testimonianza di diversità con la sua interpretazione nel miglior film in lingua non inglese “Una donna fantastica”. Con James Ivory, premiato per la sceneggiatura non originale di “Chiamami col tuo nome”, vincono anche Luca Guadagnino e l’Italia. E vince lo sguardo di un autore che racconta con la freschezza di un ventenne l’amore omossessuale e la sua forza trascinante.

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