Gazzetta di Reggio

All’Herberia di Rubiera un viaggio tra arte e follia con Danio Manfredini

di Linda Magnoni
All’Herberia di Rubiera un viaggio tra arte e follia con Danio Manfredini

RUBIERA. Domani alle 21, Danio Manfredini porterà sul palco del Teatro Herberia di Rubiera il suo “Al presente”, spettacolo che gli è valso, nel 1999, il Premio Ubu come miglior attore. Lo spettacolo...

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RUBIERA. Domani alle 21, Danio Manfredini porterà sul palco del Teatro Herberia di Rubiera il suo “Al presente”, spettacolo che gli è valso, nel 1999, il Premio Ubu come miglior attore.

Lo spettacolo fa parte del focus “Danio Manfredini: incontro tra arte e follia”, che si concluderà con l’ultimo lavoro dell’attore, “Luciano”, nel secondo appuntamento previsto per giovedì 22 marzo.

Manfredini, una delle voci più intense del teatro contemporaneo, ci ha rivelato qualcosa di più sul suo spettacolo.

Come è nato “Al presente”?

«È una storia che parte da lontano: da quando l’ho scritto nel 1998 l’ho portato in scena fino ad oggi. Nasce nel momento in cui lasciavo la comunità psichiatrica in cui ho lavorato, per dodici anni, come conduttore di un atelier di pittura. Avevo una domanda dentro, che mi spingeva a interloquire, da una parte, con il mio lavoro di artista, e dall’altra con quello coi pazienti».

Che cosa rappresenta?

«È un’incursione nella coscienza e nell’inquietudine dell’artista. Sul palcoscenico c’è un manichino inerte, che rappresenta l’artista, mentre io sono la coscienza. Quest’uomo sta rotolando da un pensiero all’altro, da una suggestione all’altra, tutte cose che risuonano, inevitabilmente, con la contemporaneità. È un viaggio nella mente umana tra voci, presenze, stati d’animo».

Una riflessione sull’uomo, dunque?

«Sì, è una riflessione sull’uomo e su ciò che lo rende sensibile. Ognuno di noi è investito da forze, emozioni, tormenti, preoccupazioni... io ho voluto portare alla luce tutti questi elementi invisibili, esplicitare quel movimento interiore che non si vede dall’esterno».

E invece “Luciano”?

«“Luciano” prende il nome da una persona vera: era un paziente psichiatrico. Mi raccontava delle persone e dei luoghi che aveva incontrato, vivendo più come un testimone che in prima persona. Sopravviveva attraverso l’immaginazione, una cosa che fanno anche gli artisti. Reclusi nell’isolamento di una condizione coatta, artisti e pazienti trovano una via d’uscita nell’immaginazione, che via via diventa reale».

È questo, quindi, il legame tra arte e follia?

«C’è una frase di una paziente che riassume perfettamente questo legame: “Il folle, con la sua coscienza, va in stati sublimi, divini, metaforici, infernali. L’artista, con la sua coscienza, va in stati sublimi, divini, metaforici, infernali”. Quello è il luogo d’incontro tra l’arte e la follia. Ma mentre l’artista cerca di creare un rituale per entrare e uscire da quel mondo, che può risultare salvifico ma anche oppressivo, il paziente non ne ha il controllo».

Come è cambiato questo rapporto tra arte e follia, dopo vent’anni?

«“Luciano” è molto più disincantato, più rassegnato: riconosce che la sofferenza è insita nella nostra condizione di umani, nel vivere quotidiano su questo pianeta. Questa consapevolezza è un segno di maturazione profonda. I pazienti insegnano questo: che il dolore è parte integrante di noi».

Biglietteria aperta la sera dello spettacolo dalle ore 20. Biglietto intero 14 euro; ridotto 12 o 8 euro; gli under 25 residenti a Rubiera pagano 2 euro. Per informazioni e prenotazioni: 0522-621133, segreteria@corteospitale.org.

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