Gazzetta di Reggio

“Musica Ribelle” al Valli «per diventare liberi»

di Giulia Bassi
“Musica Ribelle” al Valli «per diventare liberi»

Reggio Emilia, al Municipale il musical diretto da Emanuele Gamba: "Importante fare riflettere attraverso la messa in scena di storie di vita vissuta"

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REGGIO EMILIA. Una storia ambientata in un arco temporale che va dal 1973 al 2017 mettendo a confronto due generazioni in un continuo gioco di rimandi di “epoche” dove il motore, vale a dire la protagonista, è la musica.

Ciò non sarebbe una novità dato che stiamo parlando di... un musical. «Ma questa volta è diverso» ci dice Emanuele Gamba, regista di “Musica Ribelle” che venerdì 23 e sabato 24 marzo (ore 20.30) e domenica 25 marzo (ore 15.30) sarà in scena al Teatro Valli. «Il messaggio racchiuso nel titolo – ci dice Gamba – allude appunto alla musica come un mezzo privilegiato per potersi ribellare.

Da considerarsi nella sua accezione più alta, come tentativo di sfuggire alla massificazione. In questo è giusta, e sono convinto, “la bellezza salverà il mondo”... Oppure più semplicemente la musica allena le persone a pensare, quindi ad esercitare una forma di libertà. Esempi continui li abbiamo sotto i nostri occhi continuamente, quando constatiamo l’impeto e la determinazione che hanno i ragazzi di oggi per organizzare degli incontri musicali, formare delle band: esse sono fatte per dare forma espressiva alla loro personalità ai pensieri che vogliono esternare e comunicare».

Dove nasce l'idea di “Musica ribelle”?

«Alcuni anni fa con Todo Modi Music Hall, avevo lavorato a “Spring Awakening” tratto dalla pièce teatrale di Frank Wedekind, “Risveglio di Primavera”, imperniata sul drammatico conflitto tra un gruppo di adolescenti e i loro genitori e insegnanti. Uno spettacolo molto forte e appassionante che ha fatto pensare, commuovere e divertire… Su questo piano cercavo un’altra storia di vita vera».

Quindi il musical diventa il mezzo per raccontare la vita normale...

«Credo davvero molto al fatto che si possa far riflettere attraverso la messa in scena di storie di vita vissuta. In questo caso il musical diventa il mezzo che offre qualcos’altro rispetto al genere di intrattenimento, perché anche il teatro leggero può essere autorale, quindi farci ragionare».

Come si sviluppa la storia?

«È incorniciata tra gli anni ‘70 e il 2018. Abbiamo immaginato due gruppi di giovani che vivono le loro passioni dal ‘68 fino a metà anni ’70, quando l’Italia era politicizzata; questo il diktat imperante: tutto era politico e discusso e ragionato e motivo di confronto o di scontro. I nostri anni sembrano, per contro, meno impegnati: siamo legati agli iphone, viviamo di relazioni virtuali e siamo immersi nel pozzo digitale. La trama del musical ruota intorno a queste due generazioni».

In quale modo s’incontrano le due generazioni?

«Al centro dell’incrocio ci sono le musiche di Eugenio Finardi. Il luogo in cui ci troviamo è uno scantinato in piazza Maciachini a Milano. Qui un collettivo politico, musicale e ideologico degli anni Settanta ha la sua base operativa – e qui una gang di ragazzi e ragazze, quarant’anni dopo, si rifugia per scappare dalla famiglia, dalla scuola, dalla società. Questi giovani vi giungono e scoprono la vita segreta e la storia nascosta attraverso i diari giovanili ritrovati e le cianfrusaglie dello scantinato. Il bello è che le canzoni di Finardi vengono proposte nelle due maniere: anni ’70 ed in una versione riarrangiata dei nostri giorni».

Qual è il messaggio che vuole portare questo spettacolo?

«Di fronte alle forme nuove dobbiamo essere animati da curiosità, lo diceva sempre anche Claudio Abbado… Bisogna sempre essere allenati all’ascolto, per avere una mente al di sopra di tutto, che ci faccia sentire liberi».

Perché cita Abbado?

«L’ho conosciuto in quanto assistente alla regia del figlio Daniele dal 1997; tra l’altro ho lavorato al “Fidelio” a Reggio per 10 anni, e così ho avuto svariate opportunità di poter apprezzare questo suo modo di essere curioso, aperto: lo ha dimostrato con il fare musica trasmettendolo anche agli altri, alle orchestre con cui ha lavorato, ai tanti collaboratori e credo anche al pubblico che lo seguiva».

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