Gazzetta di Reggio

IL LIBRO DI FABIO ABATI 

Resistenza e brigatisti, in viaggio nella tragedia dei Filippi

di Giovanni Guidotti
Resistenza e brigatisti, in viaggio nella tragedia dei Filippi

REGGIO EMILIA. «È da quest’Appennino, idilliaco e drammatico assieme, che si scopre che un seme di dolore è partito per attecchire poi in periodi differenti e generare tragedie». Intorno a quest’affer...

2 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. «È da quest’Appennino, idilliaco e drammatico assieme, che si scopre che un seme di dolore è partito per attecchire poi in periodi differenti e generare tragedie». Intorno a quest’affermazione ruotano le vicende di “Il sentiero del traditore”, romanzo del giornalista Fabio Abati che in prima persona, accompagnando l’anziano padre partigiano, compie un viaggio a ritroso nel tempo sull’Appennino reggiano partendo da Costaferrata, nei pressi di Casina, dove nell’agosto del 1970 s’incontrarono i fondatori delle Brigate Rosse, per giungere ai piedi del monte Ventasso nel luglio del 1944. Il seme di dolore partì dalle pendici di quella montagna, con Ludovico Filippi e la moglie Maria uccisi perché ritenuti spie del regime fascista, a causa del figlio Pierino, arruolato nella Guardia Nazionale Repubblicana e pure lui, poco dopo, giustiziato. Trascinato dal vento ideologico quello stesso seme, secondo Abati, attecchì negli “anni di piombo”, mostrando un legame fra la vecchia componente rivoluzionaria delle formazioni partigiane e i giovani delle Br, convinti che la Resistenza fosse stata tradita. Come per le vittime del terrorismo, anche per i Filippi si trattò di un tragico errore, in questo caso nei confronti di gente poverissima e con un secondo figlio, Marino, malato di mente. Per loro l’unico reddito sicuro proveniva dallo stipendio di Pierino, “repubblichino” non molto convinto e, simile ai genitori, fondamentalmente ingenuo.

In una cornice di monti, boschi, torrenti e luoghi di memorie, il racconto segue le tracce del “traditore” Pierino incontrando personaggi reali sia della Resistenza sia del regime, quali i fratelli Cervi e il gerarca D’Agostino, e figure verosimili come il partigiano Giovanni e la staffetta Lisa. Dalle vicende strettamente intrecciate fra loro, ricostruite attraverso documenti d’archivio, si sviluppa una narrazione avvincente ricca di flashback, dalla quale emergono anche considerazioni sul passato, sull’attualità e in particolare sulla possibile “riappacificazione” tra destra e sinistra, tra fascisti e antifascisti. Prescindendo dalle perplessità riguardo a una simile ipotesi, l’autore esprime un giudizio condivisibile quando scrive che se «fu un atto d’amore gran parte della lotta partigiana e fu un’anomalia tremenda» quanto accadde ai Filippi, nel dopoguerra «fu diabolica perseveranza l’oblio pilotato su di loro».



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google