«Otello, una figura eterna che parla al presente»
Elio De Capitani, regista e protagonista stasera e domani all’Asioli di Correggio «Cosa c’è di più ancestrale, nel rapporto uomo-donna, del femminicidio?»
CORREGGIO. Questa sera con replica domani, sempre alle 21, al teatro Asioli di Correggio andrà in scena “Otello” di Shakespeare, per la regia di Elio De Capitani e Lisa Ferlazzo Natoli. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro dell’Elfo, è tratto dalla traduzione di Ferdinando Bruni, e vede tra gli attori principali Federico Vanni, Emilia Scarpati Fanetti, Alessandro Averone, Cristina Crippa, Angelo Di Genio. Ne abbiamo parlato con Elio De Capitani, che oltre ad essere il regista interpreta anche il ruolo di Otello.
Che Otello è quello che vedremo stasera?
«È un Otello che si allontana da tutte le tradizioni. Perché Shakespeare va disincrostato dai pregiudizi: per il fatto stesso di essere un classico, siamo portati a relegarlo in una teca, ad allontanarlo, invece era un autore magmatico, in continua evoluzione. Ferdinando Bruni, che ha scritto questa nuova traduzione appositamente, usa l’endecasillabo proprio per renderlo più vicino al parlato, più vicino a noi».
Quindi è uno Shakespeare più moderno?
«Non è uno Shakespeare di oggi, è lo Shakespeare di sempre. Perché questo grande drammaturgo ha saputo anticipare i tempi con una lungimiranza straordinaria. Pensiamo a Otello: è un uomo di colore che imbastisce una guerra e conquista la donna che tutti vorrebbero, la migliore di tutte. Però viene portato alla rovina da Iago, un uomo bianco ma nero nell’anima, che nasconde, sotto la patina di buonsenso, un’incedibile voglia di distruggere. Una figura eterna, che sembra estrapolata dal nostro quotidiano».
Parla del presente?
«Parla non del presente, ma al presente. Ci fa capire che alcuni problemi dell’umano vanno al di là della nostra contemporaneità. Ad esempio, cosa c’è di più ancestrale, nel rapporto uomo-donna, del femminicidio? Ne parliamo tutti i giorni, ma non ci rendiamo conto che risale alla notte dei tempi, fin dall’uomo greco. Ma alla fine non c’è un’interpretazione. È questo il bello di Shakespeare, che non trae conseguenze al posto tuo».
Per un regista come lei qual è l’importanza di rappresentare, ancora oggi, un autore come Shakespeare?
«C’è qualcosa di straordinario nella sua capacità di sfiorare il mistero. Le sue parole risuonano dentro di noi con una forza e un’attualità incredibile. Lo vedo negli occhi del pubblico. Se assisterete a questo spettacolo, entrerete in “Otello” come non ci siete mai entrati. E sarete voi a dovervi dare delle risposte. Io stesso, nel costruirlo, mi sono posto delle domande».
Quali?
«Quando ho deciso di metterlo in scena la prima volta, due anni fa, ne sono uscito sconfitto. Mi sono accorto che, come attore, non riuscivo ad entrarci a fondo. Poi, finalmente, sono riuscito a dargli un senso, e oggi posso dire di portarlo sul palco con la gioia della libertà. È anche per questo che ho deciso di lavorare a quattro mani con Lisa Ferlazzo Natoli, con cui avevo già scritto il “Lear” di Edward Bond».
Progetti imminenti?
«A maggio, a Napoli, porterò in scena “Il grande gioco – Afghanistan”, scritto da me e Ferdinando Bruni e prodotto da Emilia Romagna Fondazione Teatro insieme al Teatro dell’Elfo. È una saga teatrale tratta dall’opera di tredici autori che hanno raccontato il rapporto tra l’Occidente e l’Afghanistan. È un testo coraggioso e bellissimo. È puro teatro, e parla di noi».
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