L’Appennino che resiste in scena all’Altro Teatro
“Dove va il bianco” è un racconto fatto di parole, musica e immagini Le fotografie sono di Piergiorgio Casotti, i testi di Mario Vighi
CADELBOSCO SOPRA. Punto di riferimento è Piergiorgio Casotti, fotografo professionista: di quelli che viaggiano a tutto campo alla scoperta di realtà speciali da documentare. I temi che lambisce con i suoi tour, anche lontanissimi, a volte sono degni di una meditazione articolata che può sconfinare in altre espressioni artistiche. Un esempio è lo spettacolo “Dove va il bianco” – in inglese “Where does the white go” in scena all’Altro Teatro di Cadelbosco Sopra domani alle 21. Al centro i suoi scatti e, intorno, i testi e la musica eseguita al clarinetto dal fantasioso Mirco Ghirardini e alle percussioni da Luciano Bosi; insieme a loro, Mario Vighi leggerà i suoi scritti, mentre gli altri testi di Silvano Scaruffi verranno letti dallo stesso Casotti. «Lo spettacolo si sviluppa come un’articolata improvvisazione su un tema preciso basato su un libro fotografico che avevo realizzato l’anno scorso dedicato all’Appennino reggiano sullo “svuotamento” di questi luoghi – spiega –. Un tema dai mille risvolti concettuali, legato a delle storie riportatemi da quel mitico personaggio che è Silvano Scaruffi, boscaiolo di Ligonchio. Di questo libro abbiamo effettuato diverse presentazioni nelle circostanze più diverse; a volte le abbiamo integrate con varie storie. Questo mi ha dato l’idea di farne uno spettacolo che appunto parla della montagna del suo spopolamento sotto forma di silenzio. E il titolo “Dove va il bianco”, preso da Shakespeare, – spiega Casotti – prosegue: quando la neve si scioglie? In questo contesto è stato interpretato così: dove andrà a finire la memoria della montagna quando questa scompare? Le letture proposte si riferiscono a storie basate sulla realtà ma sono inventate. Dal momento che, se non c’è memoria del passato qualsiasi cosa può diventare la realtà».
Fanno parte dello spettacolo sette cantori da osteria di montagna che interverranno e si alterneranno alle letture e alla musica strumentale. «Protagonisti delle mie storie – commenta Mario Vighi – sono personaggi che ho conosciuto in giro nella mia montagna, ma sono storie inventate, legate a delle sensazioni ricevute. Il più classico, ad esempio, è il “portoghese” che ama i “portugal”, cioè le arance... da lui è venuta fuori una storia... La più bella e toccante riguarda il personaggio di Primo che è anche l’ultimo. Cioè l’ultimo abitante di un paese abbandonato. La storia gioca su questi estremi e ciò fa un po’ sorridere. Tuttavia questo, come tutti gli altri piccoli racconti che per la loro semplicità sembrano tagliati con l’accetta, fanno sentire un che di amaro. Vorrei inoltre precisare che non c’è alcuna attinenza con le foto. Ne ho guardato soltanto una o due ma avevo già in mente le storie. I miei personaggi potrebbero abitare in un altro Appennino». Un progetto che ha le caratteristiche dell’indagine, tanto è vero che si è arrivati a stabilire i numero dei “superstiti”. «Le persone rimaste sull’alto crinale – prosegue Casotti – sono circa 140. Vivono in piccoli paesi, o agglomerati di case dove abitano addirittura 4 o 5 individui. Le foto in bianco e nero di Casotti vogliono mostrare queste architetture di abbandono ma anche – ci assicura – obbrobri edificati negli anni ’70 si percepisce tanto vuoto ed un immenso silenzio. «Il progetto è nato dal fatto che sono montanaro – aggiunge Casotti – ma anche che in diversi viaggi che faccio da solo ho incontrato questo silenzio… purtroppo qui in Appennino mi sono reso conto che sta diventando negativo. Per questo, vorrei lanciare un grido d’allarme, perché sta morendo». Casotti fotografa la nostra montagna da trent’anni, e per questo progetto ha scoperto una realtà della quale non ne conosceva nemmeno l’esistenza come Pieve San Vincenzo (Ramiseto) dove abitano meno di 10 persone. «Qui una delle signore anziane, una ex maestra, mi ha raccontato che da quando le sono venuti i capelli bianchi non è più uscita di casa. Inoltre ho scoperto posti bellissimi come la Corte a Montedello nella valle dei Cavalieri che si affaccia sull’Enza verso Parma». La ricerca, accompagnata dalle descrizioni, si presenta come un prezioso censimento fotografico di «tutti quelli che resistono per creare un archivio storico delle persone che tra vent’anni non ci saranno più».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
