Gazzetta di Reggio

Con "Nessuna colpa" lo Spazio Gerra continua il fotoromanzo di Zavattini

di Martina Riccò
Con "Nessuna colpa" lo Spazio Gerra continua il fotoromanzo di Zavattini

Reggio Emilia, nuova produzione in occasione di Fotografia Europea. Stefania Carretti, responsabile del progetto: "Al posto della carta usiamo Instagram". In programma anche una mostra sulla storia e sull'evoluzione del fotoromanzo 

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REGGIO EMILIA. Sono passati più di cinquant’anni da quella terribile notte. Anita – che oggi di anni ne ha settanta – è diventata una fioraia, la carta ha lasciato il posto a Instagram e “La colpa” si è trasformata in “Nessuna colpa”. È la rivoluzione firmata dallo Spazio Gerra, che ha deciso di partecipare alla tredicesima edizione di Fotografia Europea con un progetto sul fotoromanzo.

Che non è una parolaccia. L’Anita di cui parliamo, infatti, non è una donna realmente esistita – o forse sì, con il nome di Maria o di Stefania, Valentina, Chiara, Giulia... – ma è la protagonista di un “fumettone” di Cesare Zavattini. Contrariamente agli intellettuali che denigravano il genere, “Za” era attratto dal suo incredibile potere comunicativo: attraverso il fotoromanzo – che lui definiva “avanguardia istintiva” – si poteva arrivare a tutti, trasformando le parole in immagini che aprono al senso. D’altra parte fu proprio lui a inventarlo – dividendo la “paternità” con Damiano Damiani – e a convincere Arnoldo Mondadori a pubblicare, dal 25 maggio 1947, la rivista “Bolero Film”.

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Tuttavia “La colpa” – questo il titolo del fotoromanzo che aveva per protagonista Anita – per la scabrosità del tema trattato (uno stupro, per di più di gruppo) fu pubblicata con lo pseudonimo di Cesare Altieri. «Quando abbiamo trovato il soggetto del ’61 nell’archivio Zavattini della biblioteca Panizzi di Reggio – racconta Stefania Carretti, responsabile del progetto dello Spazio Gerra insieme a Elisa Savignano e Lorenzo Immovilli – pensavamo di aver trovato un inedito. Poi abbiamo scoperto che la storia era stata pubblicata l’anno successivo con un nome inventato per tutelare Zavattini, ed era stata rimaneggiata». Nel soggetto di “Za” la diciassettenne, di nome Maria, viene violentata da un gruppo di ragazzi dopo una notte in balera. È una vittima, ma il paesino di provincia in cui vive la trasforma in esclusa. L’unico a superare i pregiudizi è il camionista Corrado, di cui le si innamora. Ma Corrado era uno dei violentatori; Maria lo scopre e fugge in America. Nel fotoromanzo pubblicato da “Bolero Film” in 30 puntate, dal ’62 al ’63, Maria diventa Anita – abitino a quadri e capelli cotonati – e lo stupro non è più di gruppo. Nel finale, poi, la ragazza lascia Corrado e si mette con un suo rivale (rispettando così la regola aurea del fotoromanzo: il triangolo “lui, lei e l’altro”).

Lo Spazio Gerra, 56 anni dopo, ha pensato di continuare la storia...

«Ed ecco “Nessuna colpa”. Fino al 10 aprile tre giovani fotografi (Valentina Cafarotti, Federico Landi, Nicolò Maltoni) e alcuni allievi del centro teatrale Mamimò (Francesca Parisi, Laila Catellani, Marco Rovacchi, Asia Modica, Elia Bonzani) realizzeranno uno shooting, con una metodologia a metà strada tra il cinematografico e il fumetto, seguendo la sceneggiatura di Matteo Casali. A partire dal 20 aprile, le fotografie verranno pubblicate come storie su Instagram. L’entusiasmo è già alle stelle e molti locali di Reggio (tra cui “Cardo piante e fiori”, la libreria Strand e Jigger Spiriti e cucina) hanno accettato di ospitare i set. Ovviamente, come si faceva in passato, l’ambientazione sarà generica: la storia è quella di una ragazza che vive in una città di provincia. Per saperne di più si può sbirciare su Instagram, abbiamo lanciato gli hashtag #nessunacolpa e #nessunacolpafotormanzo».

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Come vi ricollegate al tema “Rivoluzioni”, scelto per l’edizione 2018 di Fotografia Europea?

«Zavattini è stato uno dei padri del fotoromanzo. Dopo anni d’oro e altri di rifiuto, questo genere è arrivato fino a noi, spostandosi dalla carta al virtuale. Pensiamo alle storie di Instagram: c’è la fotografia, ci sono i baloon con il testo scritto, spesso c’è il tema sentimentale. Con il sequel “Nessuna colpa” tentiamo di capire come questo strumento, questo medium, si sia evoluto nella contemporaneità e se potrà tradursi in qualcosa di nuovo. Inoltre attraverso il fotoromanzo si possono ripercorrere le rivoluzioni sociali, come l’emancipazione femminile».

Come mai?

«Il fotoromanzo, denigrato dall’élite culturale, era amato dalla massa. La maggior parte delle italiane negli anni ’50 era analfabeta, si può dire che abbiano iniziato a leggere grazie a questi “fumettoni sentimentali”. E poi nei fotoromanzi venivano raccontati drammi familiari, stupri…».

Ecco spiegato l’accostamento fotoromanzo-medium…

«I fotoromanzi arrivano a tutti: vengono letti dalle casalinghe, dalle operaie, dalle contadine… Ad un certo punto alcuni partiti ne capiscono la portata e iniziano persino a usarlo per veicolare messaggi politici: è il caso del Pci, ma i “fumettoni” escono anche su Famiglia Cristiana. Per dare l’idea, nel ’49 Antonioni realizzò un documentario su come diventare star da fotoromanzo: per trovare i volti nuovi (“La Colpa” fu interpretato da Maria Teresa Orsini e Raoul Pisani, ndr) si facevano casting e provini, era l’X Factor di oggi».

Parlando di ieri e di oggi, in cosa si differenzia “Nessuna colpa” da “La colpa”?

«La differenza sostanziale è che è cambiato l’atteggiamento femminile: la protagonista non è più una ragazza indifesa, che si affida in gran parte alla famiglia o al maschio di turno, ma una ragazza molto più indipendente che cerca di tenere in mano la propria vita. Ed è diverso anche l’ambiente che la circonda, dove effettivamente trova persone che la capiscono, come la fioraia Anita (la protagonista, invecchiata, della Colpa di Zavattini), e dove è accettata la denuncia».

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Il sequel verrà proiettato allo Spazio Gerra durante il festival di Fotografia Europea?

«Sì, le due storie saranno messe a confronto. Ma questa sarà solo una parte della mostra. In un’altra sezione verrà riproposta per sommi capi la storia del fotoromanzo, che nasce nel 1947 come evoluzione delle storie d’amore disegnate a fumetti. Il fotoromanzo diventa un misto tra feuilleton e fumetto, ma al posto del disegno c’è la fotografia, che avvicina la storia alla realtà. In questa parte verrà affrontato anche il racconto sociologico. L’ultima sezione, realizzata in collaborazione con la Fondazione Arnoldo Mondadori, ripropone invece una sessantina di immagini – provenienti dall’archivio del Bolero Film – che permettono di analizzare gli stereotipi sentimentali degli anni ’50, ’60 e ’70».

Un progetto colossale...

«E pensare che tutto è iniziato perché volevamo lavorare con i social. A dicembre abbiamo iniziato a riflettere su Instagram, abbiamo trovato somiglianze con il fotoromanzo, siamo andati alla biblioteca Panizzi e nell’archivio Zavattini abbiamo trovato il soggetto del ’61. Il bello è che, a parte le fotografie dell’archivio Arnoldo Mondadori, tutto il materiale l’abbiamo trovato a Reggio Emilia. E di Reggio sono gli attori, i fotografi, lo sceneggiatore, le location dei set...».

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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