Gazzetta di Reggio

in via marsala 

Tute bianche e macchie rosse: “L’arte è politica”

di Roberto Fontanili
Tute bianche e macchie rosse: “L’arte è politica”

Alla Fondazione Reggio Tricolore la lotta delle operaie di Melfi e altre storie di donne

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REGGIO EMILIA. Quattro artiste e pittrici reggiane per ricordare la figura di Alfredo Gianolio: è la scelta fatta dai curatori della mostra inaugurata nella sede della Fondazione Reggio Tricolore, in via Marsala 20, con la partecipazione di Ione Bartoli e di Sandro Parmiggiani.

La mostra “Omaggio alla tenacia e alla sensibilità femminile”, resterà aperta solo fino a domenica 15 aprile, ma è un concentrato di storie artistiche diverse che vuole essere un tributo alla memoria di Alfredo Gianolio, attraverso le opere di Mirka Del Monte, Clelia Mori, Sonia Notari e Nadia Rosati.

Tra le diverse opere in mostra, a colpire in particolare è l’installazione della povigliese Clelia Mori. Quattro semplicissime tute di tela bianca che sono state indossate dalle operaie della Fiat di Melfi. Un’opera che è frutto di un’idea avuta nell’ottobre 2015, quando l’artista ebbe a leggere sui giornali la notizia della contestazione delle operaie della Fiat di Melfi contro l’obbligo di utilizzare quelle tute da lavoro uguali per uomini e donne.

Una protesta che vide 400 delle 600 operaie che lavoravano in carrozzeria firmare una petizione contro l’utilizzo di quegli indumenti scomodissimi e per nulla pratici e che per di più si potevano macchiare facilmente durante il ciclo mestruale.

Tute uguali per uomini e donne che, se nelle intenzioni della azienda volevano forse significare parità tra i sessi, in realtà divennero per le operaie fonte di disagio e umiliazione. La Fiat, infatti, di fronte alle proteste diede in dotazione alle operaie una coulotte scomodissima – soprattutto d’estate – da indossare sotto la tuta nei giorni del ciclo.

La Mori, colpita dalla notizia, si mette in contatto con alcune operaie di Melfi chiedendo di poter avere alcune di quelle tute. Dopo averle ricevute, le ricama con segni che rappresentano il visibile e l’invisibile del corpo femminile. Un’operazione che vuol significare come la protesta delle operaie sia andata oltre l’aspetto di rivendicazione sindacale per diventare una riaffermazione dell’identità femminile anche nel duro e faticoso lavoro in fabbrica, una resistenza alla massificazione dell’organizzazione industriale e all’imposta omologazione al maschile.

Le macchie di sangue e il mistero del corpo femminile raffigurati da Clelia Mori raccontano e rivendicano proprio questa orgogliosa e “benedetta” diversità che è al di sopra dell’omologazione produttivistica. Un’orgogliosa e legittima riaffermazione del corpo femminile che in ogni parte del mondo segue ritmi ancestrali che nulla hanno a che vedere con l’organizzazione e l’omologazione al maschile.
 

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