“Gioconda”, un successo su tutta la linea
REGGIO EMILIA. Un dramma a forti tinte e traboccante di passione, tra morti, gelosie, avvelenamenti e sullo sfondo Venezia, che in questa “Gioconda” il regista Federico Bertolani mostra quasi...
REGGIO EMILIA. Un dramma a forti tinte e traboccante di passione, tra morti, gelosie, avvelenamenti e sullo sfondo Venezia, che in questa “Gioconda” il regista Federico Bertolani mostra quasi concretamente nelle sue atmosfere brumose oltre che allagando il palcoscenico.
Sulle passerelle in legno si muovono i protagonisti, tutte voci importanti a partire da Saioa Hernandez, che l’anno passato aveva colpito per la vibrante interpretazione della “Wally” di Catalani. Si è ripetuta con l’opera di Ponchielli, in scena, con meritato successo, al Valli (replica oggi alle 15.30). Una voce importante la sua, che eccezionalmente sa essere anche duttile per sciogliersi nelle pieghe di un intimismo accorato, cosa non facile quando il colore è scuro e il timbro decisamente “spinto”. La Saioa conquista già al primo atto quando deve dire “Madre, Enzo adorato, o come t’amo” e anche quando pennella una frase dolente come “Cor, dono funesto”. Il fatto è che questo personaggio della “cantatrice errante” si evolve: ad una leggerezza iniziale corrisponde, nel corso dell’opera, una profonda consapevolezza, in relazione alla delusione amorosa (in quanto il suo Enzo ama Laura): e così Gioconda perde lucidità fino quasi ad impazzire. Nulla di questo personaggio interpretato va perduto, ma la Hernandez non forza le situazioni estreme, volendo a tutti i costi conservare naturalezza e credibilità: pensiamo al duetto con la rivale nel secondo atto, e al finale dove ci regala un impeccabile “Suicidio” in cui esplode tutto il suo dramma personale. Dal canto sfoderato, traspare una solida preparazione tecnica e una musicalità rigogliosa che fuoriescono con plastica irruenza. Impeccabile il tenore Francesco Meli, la cui voce si espande sempre con eleganza – perfetto il suo “Cielo e mar”, autentico saggio di vocalità spiegata – ma convince anche negli affondi. Lo ammiriamo moltissimo anche nei recitativi – da ricordare quello che inizia con le parole “Deh non tremare” – mentre Sebastian Catana, lo spietato Barnaba, s’impone in “O monumento” e il suo truce “Giuro all’Averno”, pur non essendo sempre chiarissimo quanto a dizione.
E ancora: Anna Maria Chiuri ben riesce a salire nelle zone più acute (di lei apprezziamo, anche questa volta, una non comune capacità attoriale); il basso Giacomo Prestia (Badoero) non sempre mette a fuoco il suo canto, diversamente da Agostina Smimmero (la Cieca), contralto solido, dal timbro avvolgente. Un cast di ferro, dunque, per questa “Gioconda”, che si è messo in luce anche per l’inconfondibile unità d’intenti. E di questo il merito va al direttore Daniele Callegari e alla forza di un gesto appassionato e puntiglioso, generoso ma tecnicamente ancorato su una volontà solida, mirata a scoperchiare la forza del dramma che sta dentro a ogni personaggio.
Assecondato dall’Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna, quanto mai duttile, Callegari nel dare respiro a ogni particolare – a partire dal Preludio iniziale, acceso dalla calda sonorità dei violoncelli – fa vedere come la discontinuità della partitura di Ponchielli, che tanto deve a Verdi, sia in realtà la sua vera forza poiché è lei a marcare il passo scenico, come se fosse il personaggio principale, quello che in definitiva s’impone su tutto, guarda caso guadagnandosi anche l’applauso fragoroso a scena aperta nella “Danza delle Ore”, qui condita con la giusta dose di virtuosismo dalla Compagnia Artemis di Monica Casadei.
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