Gazzetta di Reggio

«Con l’Arte della fuga vi rivelo l’anima di Bach»

di Giulia Bassi
«Con l’Arte della fuga vi rivelo l’anima di Bach»

Il concerto di Maria Perrotta questa sera all’Auditorium Masini del Peri La pianista: «L’opera, incompiuta, è una sorta di riflessione filosofica»

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REGGIO EMILIA. «Indubbiamente Bach è un autore che contraddistingue il mio percorso d’interprete ma non lo considero esclusivo, nel senso che mi apre altri orizzonti. Il mio amore per Bach, pur profondo, non mi chiude altre possibilità anche se a lui devo molto», commenta la pianista Maria Perrotta che questa sera alle 21 all’Auditorium Masini dell’Istituto musicale Peri, per Soli Deo Gloria, si cimenta nell’Arte della Fuga, estremo capolavoro del grande Kantor di Lipsia.

Calabrese, Maria Perrotta, ha ottenuto anche il diploma superiore di musica da camera all’École Normale de Musique di Parigi, ed inoltre si è perfezionata a Imola con Franco Scala e Boris Petrushansky e in Germania con Walter Blankenheim. È salita agli onori della cronaca per aver eseguito sei anni e mezzo fa le bachiane Variazioni Goldberg, in avanzato stato di gravidanza, tanto da far parlare molto di sé, sia per la situazione che per l’esito del concerto, assolutamente pregevole. Tra l’altro l’incisione dal vivo che ha effettuato di quel brano ha ottenuto il favore della critica specializzata: 5 Stelle delle riviste Amadeus e Musica, 5 Stelle e Disco del Mese della rivista Suonare News, Premio della Critica 2012 promosso dalla rivista Musica & Disc. Il concerto reggiano, in memoria di Francesca Ovi, è il secondo di tre serate in cui esegue l’Arte della Fuga con tappa anche a Bologna.

Perrotta, in ogni caso la sua passione bachiana è evidente e le ha dato delle personali soddisfazioni.

«Certamente. Tra quel Bach delle Variazioni Goldberg e questo dell’Arte della Fuga, oltre ad altri autori, in primis Beethoven, lo confesso, c’è stato anche il Clavicembalo ben temperato primo libro. Ma cimentarsi nell’Arte della Fuga lo considero più di tutte una sfida proprio per la sua complessità intrinseca e per le caratteristiche strutturali che la definiscono».

Cosa intende dire?

«Mi riferisco alla complessità del brano nel momento in cui viene pensato per essere eseguito. E questo, sicuramente, perché Bach l’ha creato non per essere eseguito in concerto, ma svincolato da questo momento. Molto probabilmente l’ha concepito alla fine della sua della sua vita, come riflessione filosofica».

E inoltre è incompiuto.

«Il fatto che Bach non l’abbia terminata, non rende chiaro la sua destinazione. Noi non sappiamo quale sia il contesto della sua composizione, né il destinatario. A questo punto a dare nell’occhio è proprio una riflessione filosofica, una meditazione profonda sulla scrittura musicale».

E questo ne rende più complessa l’esecuzione...

«Nelle altre opere ci sono momenti più distesi, accattivanti, come i divertimenti, qui è la stessa tonalità fissa di re minore per tutto il tempo e senza nessuna concessione alla spettacolarità: ciò costringe l’esecutore a fare il possibile per tenere l’attenzione alta, portando verso di sé l’ascoltatore».

Il fascino di questa composizione è tutto particolare.

«Per tanti motivi, anche per il fatto che ad un certo punto, con le lettere del suo cognome che in tedesco corrispondono a delle note, si firma. È come se ci salutasse! Se pensiamo a questo, unitamente al fatto che questa composizione non è stata completata, rende il tutto molto commovente. Inoltre è un’opera generosa, per la quantità di materiale che presenta: è come se guardasse all’universo delle cose».

E al termine dell’esecuzione, come ci si sente?

«La stanchezza si trasforma in un’immensa gioia, per aver conquistato una vetta insormontabile».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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