Gazzetta di Reggio

La “resistenza” dei cinema indipendenti

di Martina Riccò
La “resistenza” dei cinema indipendenti

Alcuni sopravvivono grazie ai volontari, altri sono affare di famiglia. Tra i nemici: multiplex, Netflix ma soprattutto il calcio

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REGGIO EMILIA. Davide contro Golia? No, fa troppo kolossal americano. Non che sia sbagliato, solo che i “personaggi” rischierebbero di venire schiacciati in ruoli bidimensionali, diventare stereotipi... e non è questo il caso. Perché quando si parla di cinema indipendenti la situazione si complica, i confini si sfumano. Di sicuro c’è la passione (che è tanta davvero), una buona dose di coraggio e un’inesauribile fantasia. Molteplici, poi, le difficoltà da affrontare, che non si chiamano solo “multiplex” (ecco perché immaginarsi un Davide contro Golia sarebbe riduttivo): c’è il rapporto con le case di distribuzione, che impongono alcuni titoli, ne vietano altri, assecondano le richieste ma poi chiedono qualcosa in cambio; e quello con il pubblico, che va accontentato ma anche educato; in ultimo – non per importanza – c’è l’ombra di Netflix et similia che secondo qualcuno sono i veri “cattivi” da cui guardarsi.

I cinema indipendenti reggiani si distinguono per tipo di operatore (il Rosebud, ad esempio, è comunale, poi ci sono quelli che fanno capo ad imprenditori, altri che vivono grazie ai volontari) e di struttura (alcuni hanno una sala, altri due, il Cinepiù di Correggio ne ha tre). Tutti hanno lo stesso obiettivo: attrarre sempre più spettatori, garantendo un ricambio generazionale. Diverse sono le strategie (abbonamenti convenienti, programmazione per bambini e famiglie, rassegne d’essai, attività con le scuole, corsi e film eventi), e pure le storie.

«Il Rosebud – spiega la responsabile dellUfficio Cinema del Comune, Sandra Campanini – è nato nel 1984 come spazio dedicato ai giovani. Assessore alla cultura era Giordano Gasparini. Lì si sono formati il montatore Cristiano Travaglioli e la sceneggiatrice Tania Pedroni, per dire. Il Rosebud è uno dei pochi cinema comunali d’Italia, il nostro obiettivo non è guadagnare ma creare uno sguardo, insegnare il linguaggio cinematografico. La nostra missione è quella di formare un nuovo pubblico, strappare i giovani agli smartphone e alla televisione: l’esperienza che a casa è individuale, al cinema è collettiva. Il mio sogno sarebbe quello di allargarci su due sale, da cento posti l’una, con un piccolo bar e una libreria... come accade nelle capitali europee».

Legato alla tradizione di famiglia è l’Apollo di Albinea. «Il cinema c’è dal 1974 – racconta Erica Boretti – l’hanno gestito i miei nonni fino all’anno scorso. Io ho sempre dato una mano, fin da quando ero piccola. Dopo le superiori mi sono laureata in ostetricia, ma trovare lavoro si è rivelato più difficile del previsto... è stato mio nonno a dirmi “Prendi il cinema”. Adesso lo gestisco insieme al mio ragazzo. È un grosso impegno – ci dice – ma anche una sfida allettante: cercheremo di mantenere la tradizione di famiglia, portando però una ventata di aria fresca».

Il cinema teatro Novecento di Cavriago, costruito mattone su mattone dai cavriaghesi – che “pareven furmighi” – nel 1951, continua a essere punto di riferimento per la comunità. La cooperativa che lo gestisce non è mai cambiata, così come la sua anima: che guarda al cinema, ma anche al teatro con l’obiettivo di fare cultura. Anche l’Eden di Puianello è gestito da una cooperativa, e quest’anno ha addirittura deciso di allargarsi e costruire una seconda sala. «L’unico modo per sopravvivere – commenta Davide Tosi, responsabile della programmazione dell’Eden e direttore del Cinema Corso di Carpi – è quello di variare l’offerta, e con soltanto una sala è difficile. Per l’ampliamento abbiamo sfruttato i contributi del Mibact, credo che dovrebbero approfittarne anche altri». Il cinema oratorio Don Bosco di Campagnola si appoggia a una schiera di giovanissimi, parrocchiani per lo più. Cinque anni fa è stato preso in mano da 7 studenti, ora i volontari sono circa 35. La sfida più grossa è stata quella di passare dalla pellicola al digitale, un “salto” da 60 mila euro: «L’abbiamo fatto coinvolgendo la comunità – spiega Fernando Bertacchini, coordinatore e programmatore del Don Bosco –. I cittadini ci hanno prestato dei soldi con delle sottoscrizioni, altri sono arrivati dalla Regione e dal Mibact. Nel giro di un anno e mezzo abbiamo restituito tutto, e ora il cinema è una seconda casa per molti». Al punto che – ci dice – arrivano addirittura richieste sui film: “Potete proiettare quello?”, “Mi interessa quest’altro». E via che si va a “contrattare” con le case di distribuzione, a Bologna. Per Bertacchini la difficoltà principale è quella di intercettare il pubblico compreso tra i 15 e i 35 anni: «Noi ci rivolgiamo agli adulti dai 40 anni in su – spiega – e ai giovanissimi. Non possiamo competere con i multiplex, non abbiamo ristoranti e negozi vicino alla sala ma solo un bar, anche quello gestito dai volontari. L’unica cosa che possiamo fare è puntare sulla qualità: proiettiamo film d’essai e commerciali, ma comunque sempre con uno spunto di riflessione. Questa è la nostra linea».

Vincenzo Delmonte, volontario e componente del consiglio di amministrazione del cinema teatro Novecento, ci confida che «quando chiudiamo il bilancio con troppo utile siamo dispiaciuti, perché significa che avremmo potuto fare più iniziative». E ogni tanto, quando si può, si reinveste nel cinema: «Nel 2017 – spiega – abbiamo deciso di ristrutturare l’atrio e i servizi igienici della sala più grande: 450 mila euro a carico della cooperativa, 130 mila dalla Regione. Siamo contenti delle scelte fatte – ci dice – perché il pubblico continua a crescere di anno in anno». Così come i volontari: «Siamo una settantina, andiamo dai 20 ai 70 anni. E non siamo tutti di Cavriago – sottolinea – ci sono persone di Reggio, Bibbiano, Montecchio, anche di Parma. Ogni volta che suonano al campanello dicendo di volerci aiutare mi chiedo: “ma perché?”. Appassionati di cinema, certo, ma si vede che credono nel nostro progetto», sorride.

Il problema è che questa fiducia potrebbe non bastare. Come non è detto che una programmazione d’essai possa essere un asso nella manica. «Adesso – spiega Davide Tosi – i film d’essai richiamano un pubblico maturo, quasi esclusivamente femminile. Chi va a guardare titoli impegnati (a livello di contenuto più che dal punto di vista del linguaggio cinematografico) sono le donne dai 50 anni in su. È molto raro vedere entrare in sala gruppi di uomini, che non siano ragazzini». E qui, secondo Tosi, Netflix e multiplex non c’entrano: «Il più grosso nemico del cinema in Italia – assicura – è il calcio. Secondo le statistiche, infatti, chi guarda i film in streaming o su Netflix va anche al cinema. Inoltre la sfida con i multiplex può essere vinta: al pubblico non interessa di quante sale disponi, ma della qualità delle proiezioni e, soprattutto, del servizio che sai dare. Il problema – afferma – è che nel nostro Paese ci sono almeno 15 milioni di persone che guardano il calcio tutti i giorni, e non fanno altro. In Inghilterra si gioca il sabato, da noi non c’è giorno senza partita. Basterebbe limitare il calcio a qualche giornata, lasciando che gli italiani si appassionino anche ad altro».

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