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Fotografia Europea, la rivoluzione in città

Reggio Emilia, il Festival inizia oggi chiamando a riflettere su cambiamenti e utopie: «Se non c’eravate, oggi ci siete».


12 aprile 2022 di Martina Riccò


REGGIO EMILIA. «Se non c’eravate, oggi ci siete». La tredicesima edizione di Fotografia Europea non accetta scuse e ci vuole, tutti quanti. Perché “Rivoluzioni. Ribellioni. Cambiamenti. Utopie” non sono solo da percorrere con lo sguardo nelle sedi espositive del festival, ma sono da portare a casa sotto forma di riflessioni, stimoli, anche dissenso.

Il nostro tour alla scoperta di Fotografia Europea 2018 parte proprio da Palazzo Magnani, sede della mostra “Sex & Revolution! Immaginario, utopia, liberazione (1960-1977)” che dedica una sezione alla pornografia. Protetta da un cancellata di ferro su cui è affisso il cartello “Vietato ai minori di 18 anni”, questa parte, c’è poco da dire, ha un effetto perturbante. Qualcuno ne uscirà infastidito, qualcun altro, superato l’impatto iniziale, potrà accorgersi di aspetti prima ignorati.

Ad esempio che dietro ai filmati, alle immagini, ai giornalini, alle locandine, ai libri – che non lasciano nulla, ma proprio nulla all’immaginazione – si nasconde una sessualità virata sull’occhio maschile, e che anche la pornografia, dopo essere stata lentamente legalizzata e accettata, si è rifugiata nelle gerarchie. Non solo: il pensiero vola alle immagini non considerate pornografiche eppure altrettanto esplicite oggi in circolazione, o alle fotografie intime che i ragazzini e le ragazzine si scambiano su whatsapp (con tutti i pericoli che conosciamo)... all’uscita il cartello “Vietato ai minori di 18 anni” diventa quasi una preghiera.

Di sessualità si parla anche ai piani superiori, dove sono esposte fotografie (Woodstock, ovviamente, ma anche manifestazioni, minigonne, baci appassionati in strada), e poi fumetti, rotocalchi, libri, locandine e sequenze cinematografiche. Dagli studi freudiani dell’Ottocento si arriva alle prime ricerche di (fanta)sessuologia di William Reich: se volete potete cercare l’Orgone, ovvero la cellula essenziale dell’energia sessuale di ogni individuo, sedendovi nella Macchina cerca orgone progettata da Reich. Risate tante, quanto ai risultati...

Si passa poi all’approfondimento del rapporto tra sesso e letteratura – con tutto il corredo di processi e censure che colpirono Lawrence, Miller e tanti altri autori –, alle proteste studentesche, alle battaglie femministe e ai movimenti per la liberazione omosessuale. Ampio spazio è dato agli scrittori della Beat Generation che hanno portato la dimensione individuale del corpo e dell’erotismo a una dimensione collettiva al grido “Il personale è politico”.

«Quello che abbiamo cercato di fare – spiegano i curatori Pietro Adamo e Giorgio Carizzoni – è mescolare le vicende personali, che quelli della nostra generazione hanno vissuto in prima persona, alla rivoluzione politica, sociale e culturale di quegli anni. L’obiettivo è far capire che quei cambiamenti, primi tra tutti quelli riguardanti la sessualità, non erano fini a se stessi ma erano strumenti di rovesciamento dello stato delle cose, erano armi di soppressione dell’esistente».

Alla Galleria Parmeggiani Francesca Catellani presenta “Memories in Super8”: una serie di scatti tratti da filmini amatoriali che raccontano i cambiamenti di pensiero e di costume tra il 1970 e il 1980 in Italia e in Europa.

Alla Sinagoga di via dell’Aquila Luca Campigotto (con “Iconic China”) ribalta l’utopia della “Cina è vicina”: dai paesaggi tradizionali del passato si arriva all’irriconoscibile Cina del presente, che travolge con i suoi colori sparati e le sue luci fluorescenti.

Allo Spazio San Rocco, in via San Rocco 8/a, Clément Cogitore documenta, in modo quasi drammaturgico, il fallimento di una possibile comunità che era scappata dalla società rumorosa e globalizzata per rifugiarsi nella taiga siberiana.

Alla Banca d’Italia (una delle nuove sedi espositive di Fotografia Europea) si trova la videoinstallazione di Mishka Henner, dal titolo “Sette mari e un fiume”: otto videocamere, posizionate in vari punti del mondo, inquadrano uno specchio d’acqua e la vita che ne deriva. Si esce turbati, la natura continua a resistere nonostante noi. Ma fino a quando?

In via Secchi 11 si può curiosare tra gli esiti della Open Call, ai Chiostri di San Domenico si affonda nel pieno della rivoluzione che ha stravolto l’Iran. In via Mari 7, nell’incantevole Palazzo da Mosto, si trova “Transitions, 1962-1981”, la mostra dedicata a Joel Meyerowitz (che quest’anno spegne 80 candeline). La rivoluzione compiuta dal fotografo americano negli anni immediatamente successivi al Dopoguerra, è stata quella di scendere in strada e catturare la “commedia umana” usando pellicole a colori.

Nello SpazioU30cinque di piazza Scapinelli i protagonisti sono gli otto artisti selezionati con la sesta edizione del bando Giovane Fotografia Italiana: il vincitore sarà premiato domenica alle 12. Arriviamo a Villa Zironi (in via della Racchetta 20) sede della mostra “The archive you deserve” di Lorenzo Tricoli, per poi raggiungere la biblioteca Panizzi che con “L’archivio dell’utopia” di Stanislao Farri documenta le diverse sfaccettature del patrimonio culturale, folklorico e industriale locale.

Allo Spazio Gerra si entra nell’universo del fotoromanzo, un’invenzione tutta italiana (che porta la firma di Cesare Zavattini) veicolo e testimone di incredibili rivoluzioni, tra cui l’alfabetizzazione femminile. Al piano terra le fotografie dell’Archivio Mondadori riportano a gesti del passato (le lacrime di gelosia, gli occhi al cielo per la disperazione, l’abbraccio dopo il tradimento) che popolavano le pagine di Bolero Film.

Il percorso racconta poi l’evolversi del genere, bistrattato eppure tanto importante, usandolo anche come termometro dei cambiamenti sociali attraversati dall’Italia dal 1947 agli anni ’80. All’ultimo piano, la sorpresa: il fotoromanzo “La colpa” (basato su un soggetto del ’61 di Zavattini) dialoga con il suo sequel, “Nessuna colpa”, girato a Reggio e visibile, da oggi, su Instagram.

Terminiamo in bellezza al Vescovado e al Battistero (per la prima volta inseriti nel circuito di Fotografia Europea). Qui la rivoluzione, catturata da Elio Ciol, è silenziosa e raccolta. Le fotografie in bianco e nero (campi innevati, chiese dissolte nella nebbia, zolle di terra, viti, deserti, cataste di legna) testimoniano che è ancora possibile ribellarsi alla velocità e alla superficialità del nostro tempo; così facendo si incastrano nelle superfici e negli spazi di luoghi votati al silenzio e alla spiritualità.

“Un canto sussurrato”, come lo ha definito il vescovo Massimo Camisasca, grande amico di Ciol, che termina con un tributo a Pasolini, rivoluzionario per antonomasia. Fotografia dopo fotografia entriamo nella storia, che però è un soffio. Lo ricordano – dolorosamente – le gigantografie di Palmira distrutta, quella che non tornerà più.

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