Gazzetta di Reggio

DE PIETRI, ANIMA A COLORI

di MAURO GRASSELLI
DE PIETRI, ANIMA A COLORI

PAESAGGISTA, POETA E CUSTODE DELLA MADONNA DELLA BATTAGLIA 

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È un grande paesaggista, ma in Italia pochi lo conoscono, nonostante una produzione artistica di altissimo livello, costante nel corso dei decenni. Lui è Lodovico De Pietri, pittore tanto schivo, mite e lontano dalle logiche del mercato dell’arte quanto poderoso e sorprendente come artista postimpressionista, capace di dare vita a paesaggi – in particolare alle “sue” colline – scavando dentro di sé nella libertà della luce e del colore. Opere soggettive specchio della mente e dell’anima di un artista clamorosamente dimenticato dalla sua epoca.

Una attività artistica portata avanti per settant’anni, prima en plein air, come gli impressionisti, e poi nel silenzio “da eremita” del suo studio. Giunto all’età di 86 anni, dopo aver continuato a dipingere nonostante i problemi alla vista emersi già molti anni fa, Lodovico De Pietri vive con la famiglia sulle colline tra il castello di Bianello e il castello di Canossa, al confine tra i territori dei Comuni di Quattro Castella e San Polo. Dal 1973 lui e la moglie Angela sono i custodi storici del Santuario della Beata Vergine della Battaglia, nei pressi di Bergonzano di Quattro Castella, meglio noto come Madonna della Battaglia, negli anni scorsi risultato il “luogo del cuore” più votato in provincia di Reggio Emilia al censimento nazionale promosso dal Fai (Fondo ambiente italiano). Un santuario eretto nel Medioevo in memoria dello scontro tra gli eserciti di Matilde di Canossa e dell’imperatore tedesco Enrico IV, avvenuto nell’ottobre 1092, terminato con quella vittoria della Grancontessa che cambiò il corso della storia europea.

Dal punto di vista artistico, De Pietri è sempre stato refrattario alle logiche commerciali. Un maestro sempre lontano dalla ricerca dei trampolini di lancio dei critici e delle gallerie d’arte. Arrivato alla terza età, assieme alla serena consapevolezza di aver vissuto seguendo semplicemente le strade dettate dalla innata pulsione artistica, resta qualche traccia di rammarico per non aver scelto qualche via più facile e gratificante. «Se avessi preso qualche tessera di partito... Chissà», esclama con un sorriso mentre, sul terrazzo di casa, guarda le montagne a Sud e i boschi che vibrano di un verde giovane e poderoso. «Quello è il Ventasso e, accanto, c’è il monte Casarola».

Profondamente religioso, De Pietri si considera «un paesaggista. Ma ho fatto anche tanti dipinti a tema religioso, e anche dei diavoletti, ma buoni. Nel corso degli anni ho seguito quello che viene definito il post-impressionismo moderno. Da giovane andavo a dipingere sul posto, come facevano gli impressionisti. Poi ho lavorato in studio. Ma sempre guardando la natura».

Nei suoi quadri però traspare a volte l’espressionismo.

«È vero. Come l’aureola di primavera di quel paesaggio», dice indicando un quadro appeso accanto al caminetto di casa.

La religione ha a che fare con il suo modo di dipingere?

«Credo di sì. Quando avevo lo studio agli Artigianelli, il direttore don Magnani mi disse: De Pietri, lei crede? Gli risposi: perché, non si vede? Tutto quel creato che mi meraviglia in continuazione», prosegue facendo cerchi nell’aria con le mani. «L’anno scorso da qui ho visto una nuvola enorme. Tanti passavano senza alzare la testa. Io ci ho fatto una preghiera. E se ci penso un attimo, dico: non può essere un caso. La natura è perfetta, l’uomo è ingannevole e arrogante. Arroganza vissuta anche in prima persona. Ad esempio, quando a 17-18 anni mi feci crescere i capelli, ed ero davvero l’unico da queste parti, perché mi piaceva Raffaello, e la gente mi insultava. Beh, non me li sono tagliati, i capelli. L’ho fatto solo anni dopo, quando i capelli lunghi sono diventati di moda».

La letteratura?

«Da giovane ho letto tantissimo. Bevevo i libri».

Torniamo alla pittura. Che ne pensa degli strappi rispetto alla tradizione avvenuti nel Novecento? La “merda d’artista” di Piero Manzoni; i tagli di Lucio Fontana, fino alle cose più recenti.

«Rimarranno come fenomeno di un periodo storico, ma sono cose che non possono durare. Come nella musica: siamo approdati ai rumori, solo rumori. Oppure alla tecnica portata all’estremo, come quella di quel pianista cinese, Lang Lang, in cui però non c’è più l’anima. In pittura, fino all’astrattismo c’erano i colori, le armonie. Poi è crollato tutto. Anche la civiltà. E basta accendere la televisione per accorgersene».

C’è arte nel mondo naïf?

«Certo che c’è. Ligabue, ad esempio. I primi quadri erano molto belli, anche se lui è un animalista, non un naïf. Ma lo hanno rovinato. Gli hanno fatto vedere Van Gogh; poi gli hanno messo davanti una tela dopo l’altra, da riempire; lo hanno forzato a fare gli autoritratti; gli hanno dato una donna e gli è venuto un colpo. I gualtieresi lo prendevano in giro, ma non sono stati loro i colpevoli; sono stati gli avvocati, i professori... Loro l’hanno fregato».

Che rapporto ha avuto con Ligabue?

«Lui mi ammirava. Mi invitò a vedere i suoi quadri. Erano sparsi nei campi, a Gualtieri; non c’era nulla chiuso a chiave. Lui era così. Ma lo hanno forzato ad essere ciò che altri volevano fosse. Lui mi fece vedere come si dipinge un animale; una iena, ad esempio. Era abilissimo con gli animali. Il resto? Basta dire che la locandina della sua mostra a Gualtieri era un falso. Ho i nonni sepolti a Gualtieri e ho avuto modo di conoscerlo bene, Ligabue. Tutt’ora la sua tomba è senza un fiore. Ma non è l’unico artista fregato. Penso a Gandini...».

È vero che è anche un poeta?

«Quaderni di poesie ne ho tanti così», esclama alzando il palmo della mano di alcuni decimetri rispetto al tavolo. Con l’eteronimo Frate Rosmarino, De Pietri ha scritto anche la preghiera che compare sul retro del “santino” della Madonna della Battaglia.

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