Gazzetta di Reggio

«I teatri di Reggio Emilia grandi in Italia e in tutta Europa»

di Andrea Mastrangelo
«I teatri di Reggio Emilia grandi in Italia e in tutta Europa»

Il direttore Cantù e il consulente Filidei tracciano le linee per il rilancio artistico 

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REGGIO EMILIA. Il mandato del sindaco su un punto è chiaro: riportare i teatri di Reggio Emilia al centro dell’attenzione, recuperando quella capacità propositiva e realizzativa che li ha visti protagonisti nel dopoguerra. Al centro di questo progetto è stata posta una figura di riconosciuto professionista del settore che riunisca in sé le responsabilità del direttore generale e di quello artistico, diventando il punto di riferimento per la città, intesa come pubblico e come luogo di scelte strategiche.

Questa figura è stata individuata in Paolo Cantù che ormai da alcuni mesi si è insediato nell’ufficio al piano ammezzato del Municipale dove da sempre vengono prese le decisioni che contano.

Al suo fianco è al lavoro il consulente musicale dei teatri, il compositore Francesco Filidei, che in questo ruolo gode di un credito che supera i confini nazionali. Cantù e Filidei stanno tracciando le linee – ormai visibili – del piano d’azione dei teatri per i prossimi anni.

Da cosa vogliamo ripartire per assecondare la richiesta del sindaco Vecchi circa il nuovo ruolo da protagonista dei teatri reggiani?

«Comincerei – spiega Cantù – dicendo che c’ero anch’io nella delegazione reggiana chiamata alla finale per la selezione della capitale italiana della cultura. Sono qui per realizzare il progetto che Vecchi ha riferito in quell’occasione; a Reggio i teatri non sono qualcosa che semplicemente si trova all’interno della città, sono parte integrante della comunità, e posso garantire che non è così dappertutto. Insieme ad altre istituzioni culturali, come Palazzo Magnani, la Fondazione Danza, il Peri, dobbiamo creare un sistema integrato. In questi ultimi anni forse non è stata prestata abbastanza attenzione a questo punto, i teatri non si sono rivelati abbastanza propositivi. Dobbiamo riposizionarci in Italia e all’estero. Le competenze ci sono, perché qui ho trovato una struttura ottima; adesso entrerà in gioco anche il ruolo di Francesco per allacciare nuove relazioni, in Italia e all’estero».

Il primo fronte sul quale muoversi?

«Stiamo dando forma a un progetto legato a Puccini – interviene Filidei – creando una serie di eventi che illustrino la nascita di un compositore. Non a caso a Reggio si rappresenterà la prima mondiale dell’opera “Le Villi”, l’esordio di Puccini, in versione critica. Sarà una coproduzione con Modena ma qui costruiremo un percorso che coinvolgerà la città a tutti i livelli, dai bambini agli esperti. La ragione per farlo, esiste a tutti gli effetti: “Le Villi” partecipò al Concorso Sonzogno nel 1884 ma non vinse, a beneficio dell’opera di un reggiano, “La fata del nord” di Guglielmo Zuelli. Non solo: organizzeremo una serie di concerti legati all’organo del teatro, uno strumento in ottime condizioni, sempre partendo dalla figura di Puccini che, come tutti i musicisti dell’epoca, cominciò come organista. Lo stesso Zuelli lavorava al teatro Ariosto, era il pianista. In questo senso, pensando all’organo del Municipale abbiamo contatti con un artista come Liuwe Tamminga. Ci sarà poi anche un progetto a tutto tondo per avvicinare i bambini a un’opera più nota, cioè la Butterfly».

Tutto molto bello, ma i soldi ci sono?

«I soldi per queste produzioni ci sono, fanno parte del budget già a disposizione – garantisce Cantù –. Fra l’altro, proprio parlando di integrazione con le altre istituzioni culturali, i balletti delle Villi verranno eseguiti dalla Fondazione Danza. Non siamo stati fermi in questi mesi, abbiamo avuto contatti con i sovrintendenti di Roma, Bologna, Parigi, Glasgow, Amsterdam. Fra l’altro, abbiamo candidato Reggio, in qualità di sede del Concorso Borciani, a ospitare l’assemblea generale della federazione che riunisce le maggiori competizioni musicali del mondo».

È possibile pensare a una terza serata per ogni rappresentazione della lirica, come avviene in città vicine?

«Questo è effettivamente un problema di costi. Il terzo spettacolo può essere immaginato in circostanze particolari, come ad esempio una prova generale aperta, ma non in tutti i casi. Piuttosto mi piacerebbe creare una contaminazione del pubblico, evitando i compartimenti stagni. Sarebbe bello comunicare secondo un progetto unitario. Facciamo un esempio. La piazza qua fuori (piazza Vittoria, ndr) sembra concepita per il partito comunista coreano, non comunica nulla eppure vi si affacciano tre teatri, i musei e poco distante c’è lo spazio Gerra. Dovremmo darle un senso, partendo dal fatto che non c’è un cartello che indichi cos’è questo teatro, chi l’ha pensato. Adesso giri per una piazza che non ti racconta niente».

Nelle stagioni dell’immediato futuro dobbiamo immaginarci una programmazione legata alla tradizione del grande repertorio o a qualcosa di innovativo?

«Stiamo immaginando un percorso sul barocco – è sempre Cantù a spiegare – ma oltre alla tradizione baderemo al contemporaneo con il Festival Aperto, con incursioni nel Novecento storico».

«Ci sono signori compositori – aggiunge Filidei – che l’Italia ha smesso di valorizzare: Pizzetti, Ghedini, Malipiero, solo per fare qualche nome; mentre la Francia non ha dimenticato i propri artisti».

Questo vale anche per le altre stagioni?

«Vale per tutte le stagioni, – continua Cantù – con Aperto, il festival del contemporaneo, a fare da cartina di tornasole per tutta la nostra proposta. C’è la necessità di far vedere anche cose diverse dal solito, anche nella prosa, proponendo spettacoli che possano stare a pieno diritto nelle stagioni in abbonamento, cosa che fino ad ora non avveniva. Era come se ci fossero pubblici diversi per Aperto e per tutto il resto. Se questo progetto arriverà in porto, avremo anche spettacoli non incasellabili in categorie predefinite ma che si presteranno a diversi livelli di lettura. Dal più complesso al più semplice».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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