Gazzetta di Reggio

Tempo di “Cantafurlana” dalla danza alla canzone

di Giulia Bassi
Tempo di “Cantafurlana” dalla danza alla canzone

Il gruppo di Francesco Boni venerdì al teatro Bismantova con un’anteprima Dodici brani inediti che hanno come filo conduttore il ballo tipico dell’Appennino 

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CASTELNOVO MONTI. Qual era la danza antica più diffusa in passato nel nostro appennino? Non il valzer, né la mazurka, né la polka come si potrebbe pensare… Oltre che importati, questi balli avevano attecchito soprattutto in pianura, un esempio è costituito dai violini di Santa Vittoria. In montagna, dalla notte dei tempi, invece regnava incontrastata la furlana. E anche se il nome ci riconduce al Friuli, qui da noi prende corpo una sorta di “edizione” locale di questo ballo diffusissimo. Ce lo dice Francesco Boni, che da più di dieci anni, conduce un’appassionata e profonda ricerca sulle tradizioni popolari letterarie e musicali della nostra montagna.

È suo per esempio il progetto del 2011 “Anima montanara” ed è suo “Cantarfurlana”, lo spettacolo che verrà presentato in anteprima venerdì 4 maggio alle ore 21 al Teatro Bismantova di Castelnovo Monti con il gruppo che si chiama Landafurlà: dodici canzoni inedite che hanno come filo conduttore questo ballo, infatti otto di queste presentano il ritmo della furlana.

Francesco Boni, qual è il ritmo di questo ballo?

«Il ritmo di furlana ha accompagnato per oltre cinque secoli la vita delle genti d’Appennino, un ritmo incessante che inneggia alla festa, all’amicizia e all’amore. Questo ballo, il più importante della tradizione nostrana, affonda le proprie origini nel Cinquecento musicale e si è diffuso nelle terre del Crinale appenninico. Alla base un ritmo ternario veloce (6/8), allegro, coinvolgente - simile alla taranta o alla pizzica- rigorosamente strumentale».

E qual è il suo progetto?

«Dopo averle cercate presso i nostri anziani, o presso qualche compagnia teatrale come quella di Frassinoro - dove ho trovato la “Furlana di Cervarolo” - ho utilizzato questi balli accostandoli e trasformandoli in canzoni popolari, un po’ come lavora Ambrogio Sparagna con la taranta e la pizzica. Questo ho realizzato per lo spettacolo, per dar nuova vita ad un aspetto della tradizione musicale del nostro Appennino del quale ingiustamente si conosce molto poco».

Quindi ha volto far incontrare la furlana con la letteratura.

«Ho preso dei testi tradizionali in rima sulle leggende locali, al di qua e al di là del Crinale, sconfinando verso la Garfagnana o la Lunigiana, e le ho legate alla musica assecondato dal gruppo dei Landafurlà (termine che sta per terra di furlana), i formidabili musicisti che da anni accompagnano e sostengono questi progetti. Sono molto conosciuti: si tratta del cantante Paolo Romei, del violinista Ezio Bonicelli, del fisarmonicista Mirko Ferrarini; e ancora Edoardo Ponzi alle percussioni e alla chitarra, oltre al sottoscritto, vi è Dario Sabartini. Prende parte alla spettacolo anche mia figlia Maddalena di dieci anni che suona il flauto traverso».

Può fare degli esempi di questi testi che sono stati messi in musica?

«Su un ritmo di furlana viene cantata la storia delle “comari casina” che guarivano le storte usando formule magiche! È cantata per metà in italiano e per metà in dialetto: sia sa le comari quando si danno un tono, cercano di parlare in italiano ma non ci riescono… Queste guaritrici improvvisate quando arriva in montagna la medicina scientifica, cominciano ad essere considerate come ciarlatane, tuttavia molte continuano a svolgere il loro lavoro, la gente continua a credere in loro. Un’altra è la Frulara che racconta del contadino Iakpe, dai suoi fratelli promesso sposo a Reggio; egli si rifiuta di venire in città, vorrebbe rimanere in montagna dalla sua innamorata. Riesce a spuntarla, ma in cambio deve regalare a quelli di Reggio una vacca “da sfruttare finché campa” e due campi uno dei quali è una frulara, cioè un campo di fragole: si sottolinea questo termine che è simile a furlana».

Immagino che sia sbizzarrito con i testi…

«Ho utilizzato anche i cosiddetti “rinfacci” ossia delle rime che venivano cantate velocissime e ribattute (rinfacciate) l’un l’altra e così si gioca molto tra il “garfagnino” e il “lombardone”. Possediamo tanti testi, tratti dalla battute del “buffone” all’interno dei testi dei Maggi: per questi è adattissima la musica virtuosistica della furlana. Usando il suo ritmo ternario ho dato vita a queste nuove canzoni alcune in dialetto, ma altre addirittura in latino. Una tratta da Virgilio, racconta del ladrone Balista (così nel libro pubblicato da Clementina Santi) rifugiato sul monte Valestra che era diventato inaccessibile, per la paura del ladrone. Il testo cita anche i liguri apuani che si opposero all’oppressione dei romani».

Ma qual è il vostro preciso intento?

«Trasformare queste furlane da opere musicali a letterarie, sebbene tutte le canzoni presentino ampissimi momenti strumentali. E per entrare nel merito dello spettacolo “Cantarfurlana”, lungi dal rivendicare nostalgie folcloristiche o da voler effettuare una sorta di recupero filologico, con esso si vuole dimostrare come un tema - questa irresistibile danza - riesca ad essere come un filo rosso per le canzoni, frutto del connubio tra musiche originali dal ritmo frenetico e parole sempre ispirate ma di varia natura: istintiva, viscerale o elegante. Si tratta di una pratica di futuro antico che riscopre e valorizza una biodiversità anche musicale del territorio Tosco-Emiliano, senz’altro da conoscere e riscoprire».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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