«Riempiremo il teatro Valli con Mozart e Beethoven»
Il clarinettista Alessandro Carbonare sul palco nel ricordo di Claudio Abbado Con lui il pianista Pietro De Maria e i fiati Di Rosa, Bossone e Pellarin
REGGIO EMILIA. I classici Mozart e Beethoven al teatro Valli per un quintetto d’interpreti eccellenti, in programma stasera alle 20.30 nel cartellone della concertistica.
Sono quattro fiati con il pianoforte: una serata squisitamente cameristica che promette faville, in quanto protagonisti sono alcuni dei musicisti italiani di maggior caratura e non solo a livello italiano. Oltre al pianista Pietro De Maria che nel febbraio 2016 abbiamo apprezzato nell’esecuzione del “Clavicembalo ben temperato” di Bach, di scena abbiamo un quartetto formidabile di prime parti dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia: Alessandro Carbonare clarinetto, Francesco Di Rosa oboe, Francesco Bossone fagotto e Guglielmo Pellarin corno. È proprio Carbonare – che il pubblico reggiano conosce molto bene, avendo suonato anche nell’Orchestra Mozart di Claudio Abbado – a presentarci la serata. «Il nostro è un quintetto: abbiamo un’immagine cameristica, ma cerchiamo il suono orchestrale al tempo stesso. De Maria suona come solista, noi facciamo parte di un’orchestra, quindi la nostra idea di suono è ad essa collegato. Così pensiamo di riempire di suono il bellissimo teatro Valli. Siamo convinti che i pezzi devono essere riveduti in base al periodo... tuttavia ci sono gli strumenti moderni dalle caratteristiche potenziali differenti».
Ma entrando nel merito del programma?
«Partendo dal Quintetto K.452 di Mozart, su questo pezzo bellissimo esiste una testimonianza piuttosto significativa che si evince da una lettera dell’autore al padre in cui afferma: “Questo quintetto è una delle cose più belle che abbia mai scritto”. Senza dubbio, quando Beethoven scrisse il suo, per lo stesso organico e la medesima tonalità, aveva sicuramente la partitura mozartiana sulla scrivania. Nel concerto di stasera, questo e il suo predecessore stanno insieme, l’uno all’inizio e l’altro alla fine ed in mezzo pezzi per soli fiati.
Poi i due autori s’incontrano nelle Variazioni per oboe, clarinetto e fagotto che Beethoven, appunto, ha scritto sul tema mozartiano “Là ci darem la mano” di Mozart.
«Sono nove variazioni davvero molto interessanti in cui, tra l’altro, il solista deve muovere molto le dita... nel senso che il pezzo presenta una certa difficoltà tecnica. Tra l’altro in origine era scritto per due oboi e corno inglese. Curioso vero?».
A proposito di difficoltà: e i Quintetti?
«Qui non c’è una vera difficoltà... Sono scritti talmente bene che si leggono e funzionano a meraviglia. Così appaiono per lo più i grandi capolavori. E poi noi quattro fiati che suoniamo nello stessa orchestra siamo in sintonia... ci basta guardarci».
Per Alessandro Carbonare, tra i clarinettisti migliori al mondo, fondamentale è stato l’incontro con Claudio Abbado...
«Anche per questo ritornare a suonare a Reggio, in uno dei teatri di Abbado, mi riempie di soddisfazione. È molto semplice: Abbado è stato un vero maestro, e adesso quello che ho appreso da lui lo insegno agli altri, soprattutto le creazioni di Mozart o di Beethoven. A questo proposito ho imparato Beethoven da lui: prima per me era un autore ostico. Aver studiato ed eseguito sinfonie come la 4 o la 6, è stato fondamentale, in quanto ho capito come affrontarle».
Come è avvenuto l’incontro con Abbado?
«Per caso a Lucerna si era ammalata Sabine Meyer, così mi hanno contattato per sostituirla all’ultimo momento. E pensare che non volevo andarci, in quanto avevo paura di fare una brutta figura. Inoltre Abbado, che era un po’ esterofilo, ha accettato di sentirmi perché pensava che fossi francese, dato che allora suonavo nell’Orchestre National de France. Devo ringraziare il mio agente che per convincermi ad accettare mi ha letteralmente dato un calcio nel sedere».
Un altro direttore importante è Antonio Pappano.
«Assolutamente sì. Tony comunica un’energia spaventosa, tanto che l’ho soprannominato l’omino “duracell”. E tutta la forza che dimostra, un mix di grinta e musicalità, in ogni secondo di ogni prova arriva mirabilmente all’orchestra».
Un confronto ravvicinato tra i due?
«C’è stato un periodo in cui sia con Abbado e la Mozart che con Pappano e l’Orchestra di Santa Cecilia ho eseguito le Sinfonie n.39, 40 e 41. Mi sono detto: “Dopo averle suonate con Abbado... non so. E invece la visione di Pappano, pur completamente diversa, ci stava e mi è piaciuta. Partiva “perdente” e invece si è dimostrato un interprete originale e speciale».
La sua carriera come sta andando?
«Direi bene. Sono reduce da un bellissimo tour con l’Orchestra Regionale Toscana con la quale ho eseguito il Concerto di Copland, poi continuo ad insegnare alla Chigiana e a Santa Cecilia ma quello che mi piace è fare musica da camera e suonare con l’orchestra: non smetterei mai di farlo!».
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