Storia dell’arte in controtempo e contrattempo
In Sala del Tricolore si parla di mostre con Cristiana Collu, direttore della Galleria Nazionale di Roma
REGGIO EMILIA. Domani pomeriggio (ore 18) in Sala del Tricolore avrà luogo “Time is out of joint – Storia dell’arte in controtempo e contrattempo”, penultimo appuntamento che ruota attorno alla mostra “On the road. Via Emilia 187 a.C.-2017”, ai Musei Civici fino al primo luglio.
Ospite principale dell’incontro sarà Cristiana Collu, direttore della Galleria Nazionale di Roma, che dialogherà con Elena Del Drago, giornalista e critica d’arte per Rai Radio Tre. Al centro della discussione sarà proprio la storia dell’arte, vista “in controtempo e contrattempo”, come suggerisce il titolo dell’evento. “Time is out of joint”, infatti, è una citazione che viene dall’Amleto di Shakespeare e, anche se intraducibile, richiama un concetto di tempo diverso rispetto a quello cui siamo abituati: un tempo non lineare e cronologico, bensì stratificato e complesso. Una teoria che mette in discussione la visione diacronica per adottare invece quella sincronica.
«È una questione che mi sta molto a cuore – dice Cristiana Collu – anche perché la abbiamo affrontata per la Galleria Nazionale. Ho deciso di adottare questa prospettiva e mi sembra che le cose stiano andando in questa direzione anche altrove».
Se applicata all’esposizione museale, l’idea di temporalità sincronica consente di vedere le opere come sedimenti della lunga vita del museo. «L’idea è quella del montaggio, come nel cinema: non a caso si dice “montare una mostra”. Chi va al museo fa il proprio montaggio di ciò che osserva. Anche di fronte a un percorso obbligato, spesso e volentieri ognuno costruisce il proprio percorso, proprio come un regista. A differenza del cinema, però, noi siamo in movimento mentre gli oggetti sono fissi».
Quest’idea di un’esperienza cinematografica nella fruizione di una mostra o di un museo fa saltare il piano temporale tipico della storia dell’arte, quello cioè che abbiamo sempre conosciuto. «Proprio per questo potrebbe risultare straniante e provocare un disorientamento nel visitatore. In realtà – continua il direttore – la stessa cronologia ricostruita in un museo, spesso e per forza di cose, presenta dei salti temporali».
Non solo: «Ognuno di noi guarda il mondo attraverso il proprio vissuto personale, a partire dalla biografia. Non sempre, per vedere una mostra, è necessario mettere in gioco la competenza. Può bastare l’esperienza».
Secondo questo principio, il visitatore non ha necessariamente bisogno di una guida. Quest’ultima infatti non deve essere imposta, ma disponibile, in modo che ciascuno possa scegliere se usufruirne oppure fare il proprio racconto. Una teoria ancor più interessante se vista in rapporto all’idea di contemporaneità al centro degli incontri che si stanno susseguendo in Sala del Tricolore, dal titolo, appunto, “Tutto è contemporaneo”: «Si dice spesso che tutto è contemporaneo e niente è contemporaneo – commenta Cristiana Collu –. In realtà, se ci pensiamo bene, gli artisti hanno sempre ripreso il passato e preconizzato il futuro. Prendiamo ad esempio le nuove traduzioni dei grandi classici: sono necessarie, perché queste opere brillano al di là del tempo e dello spazio, e contribuiscono a creare ulteriori stratificazioni di significato. Ecco perché restano e vivono nel presente, come testimoni della contemporaneità».
Quella che Cristiana Collu propone, quindi, è una delle possibili modalità per esporre, pensata proprio per scardinare la logica che già ci appartiene e stimolare lo sguardo dello spettatore. E che, in alcuni casi, è già insita nel museo: «Penso proprio ai Musei Civici di Reggio Emilia, che sono tornata più volte a visitare perché sono un posto meraviglioso. Sono a metà tra un museo classico, con una catalogazione cartesiana, e una camera delle meraviglie. Questa commistione tra ordine e disordine gli dà davvero un grande fascino».
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