Viaggio a Senigallia per ritrovare Antonio Allegri
Un pellegrinaggio artistico al Palazzetto Baviera dove del Correggio è esposta la tavoletta di Sant’Agata
SENIGALLIA (An). Ero un cattivo studente di scuola media quando vidi per la prima volta, a Correggio, il Cristo Redentore del Mantegna. Ci portarono in visita con la classe e ricordo che, al di là dell’ovvia ignoranza che faceva soffermare su dettagli non decisivi – ad esempio i fili della barba – l’impressione fu notevole e duratura.
Le avventurose vicende attraverso cui il piccolo quadro era stato scoperto, autenticato e infine restaurato, contribuirono a farne leggenda, cioè a fissarlo per sempre nell’immaginario.
A quel tempo eravamo orgogliosi di essere “concittadini” di Antonio Allegri ma, al tempo stesso, aderivamo a uno storico disappunto: a Correggio l’Allegri era nato e talvolta vissuto ma di suo, nella città che gli aveva dato titolo d’artista, non c’era niente. Bisognava accontentarsi delle riproduzioni, delle gite a Parma – più lontana allora di oggi – o del monumento di Vincenzo Vela in piazza San Quirino che, in qualche occasione, trovammo impiastrato (da rivali carpigiani?) con vernice verde o rossa.
Scrivevo “talvolta vissuto” perché le incertezze biografiche sul grande pittore non sono superabili. Faccio due esempi: nel 1989 il direttore della Biblioteca Comunale Alberto Ghidini e il regista Vittorio Cottafavi progettarono uno sceneggiato TV – purtroppo non realizzato – che aveva come titolo “Il mistero Correggio”; quasi vent’anni più tardi Carlo Pellacani, per le edizioni Consulta, avrebbe pubblicato un romanzo – “Il dilemma del Correggio” – che si apre con queste parole: «Di Antonio Allegri non si sa nulla».
Oggi, per fortuna e merito dell’Associazione – scientificamente guidata dalla “caparbietà” di Giuseppe Adani – nonché del Comune, il prezioso Museo Civico del Palazzo dei Principi affianca all’opera del Mantegna due piccole tavole autorevolmente attribuite all’Allegri: Pietà (1512 circa), opera restaurata per conto della National Gallery di Washington, e Volto di Cristo (1520 circa), un dipinto che, secondo lo stesso Adani: «…riporta il vibrante colloquio diretto dell’artista – come già avvenne per Mantegna e Antonello – con l’effigie ravvicinata e parlante del Salvatore».
Dalle premesse sommariamente esposte è facile capire con quale spirito un correggese, che a Correggio non abita, abbia deciso di andare a Senigallia dove, nel bellissimo Palazzetto Baviera, è esposta la tavoletta allegriana – che questo giornale ha già segnalato per l’inaugurazione della mostra ideata da Claudio Paolinelli – raffigurante Sant’Agata.
Ci sono i pellegrinaggi religiosi e ci sono quelli artistici; viaggi che si intraprendono per vedere anche una sola opera. Così l’incontro col quadro nella nicchia rossa al centro di una sala buia mi ha dato un’emozione antica.
Anche qui mistero, passaggi di proprietà, puliture, ritrovamento. E il viso “ravvicinato” di una giovinetta che – umanamente compresa e sublime – guarda con le palpebre basse i residui morti (ma poi emblematici) del proprio martirio.
La scheda di Adani pubblicata nel catalogo (“Correggio ritrovato. La Sant’Agata di Senigallia”, Silvana Editoriale) rileva: «…verso la fine del secolo la vede Dario Fo, da sempre innamorato del Correggio, che la porta alle cure della Pinin Brambilla e che la pubblica nel suo libro Correggio che dipingeva appeso in cielo, edito nel 2010 presso Panini di Modena …».
Non resta ora che attendere una replica dell’evento di Senigallia a Correggio, quando con ogni probabilità la tavoletta raffigurante Sant’Agata sarà collocata presso il Museo Civico.
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