L’uomo Aldo Moro liberato dalla prigione del caso Moro
“Un atomo di verità”. Il professore e il politico raccontati nel libro di Damilano
Moro liberato. Quarant’anni dopo. Restituito alla sua dimensione politica di interprete di un sistema sociale entrato in crisi. Riportato a quell’umanità che le Brigate rosse gli avevano tolto consegnandolo ai contemporanei come “il prigioniero” eccellente.
Liberando Moro dalla retorica degli anni successivi è possibile dunque osservare con lenti più nitide l’Italia di oggi. Leggete questo brano tratto da un discorso del 1978 pronunciato poco prima del sequestro: “Io credo all’emergenza. Io temo l’emergenza... Credo che tutti dovremmo essere preoccupati di certe possibili forme di impazienza e di rabbia che potrebbero scatenarsi nel contesto sociale. C’è la crisi dell’ordine democratico... Il dato serpeggiante del rifiuto dell’autorità, il rifiuto del vincolo, la deformazione della libertà che non sa accettare né vincoli né solidarietà”. A parte il linguaggio forbito, ignoto ai nostri attuali parlamentari, il segretario della Democrazia Cristiana descrive – e sembra oggi – una nazione dalle strutture istituzionali fragili, sottoposte al continuo assalto della “passionalità intensa” dei suoi cittadini. Quaranta anni fa i due maggiori partiti – la Dc e il Pci – avevano raccolto alle elezioni politiche il 73 per cento dei voti. Eppure né Moro né il segretario comunista Enrico Berlinguer ipotizzavano forzature unilaterali. Lavoravano invece per realizzare difficili convergenze. Definitivamente svanite con l’assassinio del presidente della Dc. Una Repubblica spezzata.
È un accorato viaggio nell’Italia irrealizzata quello intrapreso da Marco Damilano, direttore de “L’Espresso”, nel suo bellissimo “Un atomo di verità” (Feltrinelli). Già nel sottotitolo del libro, “Aldo Moro e la fine della politica in Italia”, Damilano esplicita il suo giudizio sulle conseguenze provocate da quell’omicidio politico. Dal 16 marzo al 9 maggio 1978, per 55 interminabili giorni, l’Italia intera, non solo Moro, fu prigioniera dei terroristi delle Br. “Vorrei strappare Aldo Moro al caso Moro, restituirlo ai suoi pensieri di professore universitario, di uomo politico, di persona, farlo uscire libero dalla prigione delle Brigate rosse dove l’hanno confinato dopo la sua fine i suoi nemici, ma anche chi nel suo nome ha giocato una soffocante partita di potere e chi lo ha dimenticato” è lo scopo esplicito – e riuscito - del lavoro di ricerca di Damilano: un laico pellegrinaggio sui luoghi della memoria del professore e del politico; a partire da via Fani dove Moro venne sequestrato e la sua scorta uccisa. Dove quella mattina, quasi alla stessa ora, passa a bordo di un pulmino scolastico un bimbo di 9-10 anni per recarsi nella sua classe alla Montessori: è il futuro giornalista, direttore de “L’Espresso”. Quel bambino aveva visto per la prima volta Moro in una chiesa appartata di Roma, inginocchiato, in preghiera, prima di avviare la sua giornata di uomo simbolo del potere. Il piccolo Damilano era stato condotto di buon mattino lì dal padre, anch’egli giornalista. E il libro è anche l’intenso omaggio di un figlio al genitore: “perché questa di Moro è anche una storia di padri e di figli, di amore e di odio tra due generazioni” sottolinea l'autore.
Aveva 61 anni quando fu ucciso; era l'uomo politico più influente d'Italia, il più enigmatico. Mirava a introdurre i comunisti di Berlinguer nell'area di governo così come aveva già fatto tre lustri prima con i socialisti di Nenni. La Dc controllava da trent’anni ogni snodo del sistema; un sistema di potere, appunto, lo definì sollevando scandalo un giovane sociologo inglese, Percy Allum. Ma per Aldo Moro il merito del grande partito scudocrociato era invece la capacità di adattamento alle situazioni mutevoli: “È la nostra flessibilità, più che il nostro potere, che ha salvato fin qui la democrazia italiana...” dirà in quel discorso pronunciato il 28 febbraio, sedici giorni prima della strage di via Fani. L’ultimo. L’equilibrista Moro propone per la poltrona di Palazzo Chigi non se stesso, ma Giulio Andreotti, convinto che quella scelta avrebbe rassicurato il corpaccione impaurito del partito. Aveva paura la Dc di fare un’alleanza con i comunisti; aveva paura il Pci di appiattirsi su un governo andreottiano. La fiducia verrà votata dal partito di Berlinguer solo in seguito al rapimento. Con il ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani, il 9 maggio, esattamente 40 anni fa, ha inizio - secondo Damilano - quell'annullamento della politica che ha oggi il suo epifenomeno in un Parlamento appena eletto e già sul punto di autosciogliersi, paralizzato dall'agitazione parolaia dei suoi momentanei inquilini. Il 1978 dunque come anno di svolta tra una politica pervasiva e totalizzante e il narcisismo inconsistente dei partiti liquidi.
Resterà deluso chi si aspetta un libro “pistaiolo”, con chissà quali rivelazioni sui servizi segreti deviati, il Kgb e la Cia. Damilano è ancorato ai fatti. Non si fa prendere la mano dalle dietrologie. Ricostruisce però con rigore il clima plumbeo di quegli anni, l’Europa spaccata in due sfere di influenza dall'accordo di Yalta, l’ostilità di Kissinger nei confronti di Moro e l’odio manifestato senza vergogna dalla stampa fascista, la polemica di Pier Paolo Pasolini contro il Palazzo, l’irrisione degli uomini della Dc da parte dell'intellighenzia di sinistra.
Nel libro è riprodotta una foto, recuperata dall'archivio Flamigni, scattata a Palermo negli anni ’70; ritrae insieme Moro, Piersanti Mattarella fratello dell'attuale presidente della Repubblica, e il giornalista Mino Pecorelli: uccisi tutti e tre. Sullo sfondo una Roma da avanspettacolo. Un giovane Pier Francesco Pingitore velenoso giornalista di destra prima di far fortuna in teatro e in tv con il suo “Bagaglino”. L'attrice Piera Degli Esposti in attesa dell'impresario seduta sul cofano della Renault rossa dov'è nascosto il corpo di Moro. Il gendarme vaticano Mario Cherubini, il papà di Jovanotti, a passeggio per Trastevevere riconosce un brigatista che cammina tranquillo nella capitale degli intrighi.
Era in atto - l'analisi è di Moro - “un moto indipendente dal modo di essere delle forze politiche, alle quali tutte, comprese quelle di sinistra, esso pone dei problemi non facili da risolvere. Un moto che logora e spazza via molte cose e tra esse la 'diversità' del Partito comunista”. Un moto ancora in atto. Una profezia rimasta senza profeti.
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