Arturo Zavattini, dalla A alla Z
In mostra a Parma dieci anni di fotografie scattate dal figlio di Cesare
PARMA. Incoraggiato dal padre Cesare, Arturo Zavattini si dedicò alla fotografia negli intervalli che la collaborazione coi migliori cineasti italiani e stranieri gli lasciava. La mostra “AZ viaggi e cinema 1950/1960” allestita in Palazzo Pigorini a Parma per iniziativa dell’assessorato alla cultura del Comune e di Solares Fondazione delle Arti, raccoglie dieci anni di un lavoro che ha avuto come esperienza fondamentale – per l’autore e per tutta la cultura italiana – la spedizione di studio dell’antropologo Ernesto De Martino a Tricarico in Lucania.
1952: Arturo aveva poco più di vent’anni. Altri viaggi: nella natia Luzzara, ovviamente, poi nel Lazio, a Napoli, a Roma, in Thailandia, a Cuba nel periodo della rivoluzione castrista e a contatto con Che Guevara. Una larga selezione di immagini documenta Roma. Chi ha conosciuto la città intorno a quegli anni – è il mio caso: ci ho abitato un po’ dopo, ma le periferie e le borgate, vive nell’immaginario, appartenevano ancora al quotidiano dell’urbe – può essere invitato a una riflessione amara: le periferie e i quartieri poveri di quel tempo, o i loro abitanti sorpresi dall’obiettivo quando “invadevano” il centro storico, hanno lasciato il posto a un degrado che ha trasformato in caotica periferia l’intera città. Terzo mondo di origine contadina e centro-meridionale allora, terzo mondo per asfissia sociale, impoverimento civile e progressivo avvilimento dei ceti medi oggi. Ogni pur legittima nostalgia che si possa provare contemplando le fotografie di Arturo Zavattini, credo debba essere misurata su questa drammatica “continuità”.
Scrive in catalogo Leandro Ventura, direttore dell’Istituto centrale per la demoetnoantropologia, che per Arturo la fotografia «diventa una testimonianza diretta, perdendo ogni valore simbolico o iconico, e racconta la realtà con attenzione etnografica». Arturo cioè «utilizza il mezzo fotografico come strumento di descrizione della realtà dotato di molteplici livelli di lettura, da cui non va assolutamente escluso quello estetico». Vero senz’altro per la testimonianza diretta, ma sul rapporto fra “iconico” ed “estetico” in ultima istanza, vorrei riprendere una frase di Henri Cartier Bresson: «Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento». Arturo poi, a proposito di molteplici livelli di lettura, propone talvolta in mostra – con la “posa” cambiata dello stesso soggetto – micro-sequenze e micro-montaggi, ossia piccoli film fatti da pochi quadri messi uno dopo l’altro. Una parte affascinante della mostra mi pare infatti quella dedicata al set cinematografico. Qui il creatore di immagini fisse, stampate in b/n, appare quanto mai vicino a quello che opera sulle immagini in movimento assieme al regista. Alcuni primi piani o piani medi: Fellini, Nico, Mastroianni... nascono come istantanee e diventano ritratti in senso proprio.
La mostra rimane aperta fino al 3 giugno.
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