La “Musica velata” di Bonilauri
Il compositore domani al Peri per “L’orecchio del sabato”. Con lui l’organista Forlivesi
REGGIO EMILIA. «Pensiamo ad un restauro conservativo dove non si ricostruisce quello che manca... e così il resto lo devi immaginare. Parimenti un frammento di musica, che non è un pezzo breve – in quanto può durare dai 7 ai 10 minuti –ma alludo ad una durata pari a trenta secondi».
È così che il compositore Stefano Bonilauri commenta il tema dell’aforisma musicale che sarà trattato nell’appuntamento di domani de “L’Orecchio del sabato”. L’evento, dal titolo “La musica velata”, è realizzato insieme a Soli Deo Gloria, e prevede una conferenza-concerto alle 16.30 nell’auditorio del Peri. Protagonisti saranno Bonilauri e Carlo Forlivesi, organista. Al termine, il pubblico verrà accompagnato nella vicina chiesa di San Domenico dove Forlivesi, alle 18, terrà un concerto all’organo hauptwerk.
Tra i brani in programma: oltre a Bach, Frescobaldi e Ligeti anche alcuni dei 12 Piccoli Studi di Bonilauri. «Essendo brevi non possono avere una struttura – spiega l’autore – ma l’idea è quella di riuscire il più possibile a creare l’evocazione di un’immagine espressiva dentro ai trenta secondi, disegnando in modo fugace i contorni di una figura; perciò bisogna articolare perché da una parte lo scopo è didattico e nel contempo la musica deve arrivare all’ascoltatore».
Bonilauri ha una personalità profonda; è un compositore che ama scrivere cercando di mantenere una coerenza stilistica. Molto amato dagli studenti dell’Istituto musicale Peri, dove insegna “Armonia e Contrappunto”, ha avuto tra i maestri Gentilucci, Fanticini, Guarnieri, Solbiati per poi perfezionarsi con Sciarrino, poi con Lachmenann e Grisey conosciuti negli anni di Di Nuovo. Continua a lavorare e a confrontarsi con altri musicisti, tra i quali lo stesso Carlo Forlivesi che oltre ad essere organista è anche compositore: «Ricordo tanto anche l’insegnante di pianoforte An Li Pang, che mi ha trasmesso il metodo di studio, il senso della disciplina, con parole ed esempi che tuttora conservo come mio patrimonio personale».
Questo rigore legato alla sua persona, traspare dalle sue riflessioni, frutto di analisi attente che motiva con fermezza ma senza imporsi e nello stesso tempo con umiltà. «Risolvere nel poco materiale la musica contemporanea fa aguzzare l’occhio, come quando guardi i particolari di un quadro, quindi il tema dell’incontro di domani si può così riassumere: riflettere sull’idea del frammento e sulla sua espressività, attraverso brani composti durante i vari secoli e di come la musica si può esprimere... tra gli esempi più lampanti cito Harmony 18 di John Cage, interessantissimo. Sono felice che Carlo Forlivesi esegua i miei studi e anche se li ho composti a scopo didattico ho tenuto presente il fatto che possono essere eseguiti in un ambiente grande, quindi facendo attenzione all’eco. Forlivesi, un interprete solido, il cui pensiero compositivo è simile al mio, li ha visti pubblicati su una rivista francese d’organo».
A Forlivesi, tra i maggiori compositori della sua generazione con incarichi in prestigiose istituzioni come l’Ircam - Centre Georges Pompidou di Parigi, l’Università della Musica di Tokyo, la Northwestern University di Chicago, il compito di svelare al pubblico i segreti di questi frammenti di musica: «Occorre trovare la sonorità giusta, quando la frase è breve, anzi di pochi secondi. Per questo bisogna “dire” con chiarezza. Inoltre per l’organo urge preparare la registrazione per la quale occorre un grosso lavoro di preparazione. E poi ci sono pezzi particolari come lo Studio di Ligeti che su ogni strumento viene eseguito in modo diverso». Forlivesi desidera affrontare i brani come interprete ma anche come compositore, e allora l’attenzione, la cura per quello che deve suonare va più in profondità. «Cerco di andare fino in fondo alla composizione, per ogni situazione creo un suono che abbia la risposta dell’ambiente. E ancora, penso sia necessario mettermi nei panni dell’autore cercando di coglierne, anzi ricostruirne il pensiero musicale che sta dietro al suo brano. A mio avviso, l’interpretazione esige la comprensione della struttura, sia per Bach e Frescobaldi, ma anche per gli Studi di Stefano che a mio avviso contengono importanti punti di riflessione».
Forlivesi distingue a questo punto i pezzi antichi dai moderni, in quanto dei primi si conosce la prassi, mentre di quelli moderni sono gli interpreti a crearla. «Qui la fatica è doppia e poi dal punto di vista acustico costituiscono una nuova scoperta. Sono quattro i pezzi in prima esecuzione: tra questi “Rivages” di Leguay non vedente, titolare dell’organo di Notre –Dame di Parigi e li ho incastonati dentro a quelli antichi. Quale autentico capolavoro, presento lo Studio n.1 di Ligeti da considerarsi un antesignano di una certa pratica sperimentale successiva».
Giulia Bassi
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