«Non si può promettere l’amore»
La filosofa Michela Marzano stasera in piazza Fiume: «Eppure quello autentico esiste»
SCANDIANO. «Si può promettere ad una persona di amarlo per sempre?».
Domanda spietata e insieme banale, che tira in ballo praticamente ogni persona e il suo vissuto.
Domanda che servirà da base di partenza per la riflessione di Michela Marzano, protagonista questa sera alle 21 in piazza Fiume a Scandiano di uno dei momenti più intriganti e attesi di FestivaLove (a ingresso gratuito).
La filosofa e scrittrice, parlamentare nella scorsa legislatura, ex direttrice del dipartimento di scienze sociali della Sorbona di Parigi, presenterà la sua lectio magistralis su “La fedeltà e altri segreti dell’amore”, titolo altrettanto malandrino e denso di suggestioni.
Ha scelto un titolo un po’ ambiguo, per così dire.
«Il titolo è volutamente ambiguo. Ma, scherzi a parte, ci permette di ricomprendere i temi che voglio affrontare».
Di cosa parlerà a Scandiano?
«Il tema centrale è quello della promessa d’amore e delle domande che porta con sé».
E le domande non mancano, no?
«Sono tante: si può promettere ad una persona di amarlo per sempre? Si può promettere fedeltà? Che rapporto c’è fra una promessa che tanti chiedono e un sentimento reale?».
Ci dà un’anticipazione delle risposte?
«Forse ci siamo dimenticati quello che scriveva Nietzsche: che possiamo promettere solo azioni, non sentimenti che sfuggono al nostro controllo».
La promessa non ha senso, allora?
«Non è detto. Quello che vorrei è spiegare, grossomodo, la possibilità di promettere qualcosa anche in amore, vorrei parlare dell’amore eterno».
Un tema che guida la letteratura e il mito da millenni.
«Nella letteratura c’è sempre un nodo, deve esserci. Un amore corrisposto non dà una storia, ma a Scandiano voglio concentrarmi su cosa vuol dire amore corrisposto».
Esiste una risposta?
«Nella lezione cito lo psicanalista francese Jacques Lacan. Lacan sostiene che amare sia “dare ciò che non si ha a chi non lo vuole, questa è la base di un amore corrisposto”. Io voglio ragionare su cosa vuole dire corrispondere qualcuno che ci dà ciò che non ha. Un qualcosa che noi non vogliamo, oltretutto».
Non dipinge uno scenario solare. L’amore non ha speranza?
«No, per carità, in ogni mio lavoro, anche quello in cui tocco i temi più tragici, la fine è positiva: cercherò di spiegare la possibilità di amore autentico».
Al di là del finale, affronta temi alti. È una sfida, davanti a un pubblico eterogeneo come quello di un festival aperto?
«È una sfida e una priorità. Per me la cosa importante è che il parlare di filosofia sia parlare in una maniera tale che un pubblico possa capire, interrogarsi, porsi questioni e magari scherzarci».
Ambizione non da poco, giusto?
«Che ci siano di fronte studenti o semplici curiosi dobbiamo trovare linguaggio chiaro. D’altronde, all’origine della filosofia ci sono il metodo socratico, il dialogo, l’ascolto su temi su cui tutti possano esprimersi».
Per lei l’obiettivo è sempre quello, in base al pubblico?
«All’università lo scopo è anche formare, ovviamente, ma per l’importante è sempre iniziare il viaggio».
Il viaggio?
«Ogni volta è un viaggio. Perché un viaggio per me è: ti prendo per mano e ti porto con me per farti scoprire l’universo di cui ti sto parlando».
Per lei è anche un modo per mettersi in gioco?
«Per me è sempre una sfida, a me piace farlo, c’è sempre correlazione fra chi parla e chi ascolta. Deve esserci dialogo, la necessità mettersi in gioco. Alla fine, ovviamente, risponderò alle domande, se ci saranno, anche io voglio confrontarmi con i presenti».
La sua sembra quasi una missione.
«Mi piace molto incontrare qualsiasi tipo di pubblico, l’importante è trovare le parole giuste con cui illuminare le situazioni in cui ci troviamo. Le parole aiutano sempre, è importante il dialogo, l’importante è l’ascolto, uno dei problemi dell’Italia di oggi è la mancanza di confronto, se accendiamo la televisione e vediamo i cosiddetti dibattiti, non ci vuol tanto a capire che in realtà sono monologhi».
Adriano Arati
©RIPRODUZIONE RISERVATA .
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