San Lazzaro in mostra
In arrivo una grande esposizione dei disegni dei ricoverati
I ricchi vivevano nel villino pompeiano, inglese o in quello svizzero: gradi camere ben arredate e con le stanze per la servitù. I poveri finivano nelle camerate: divisi per sesso, per problematicità (agitati-tranquilli), per cura personale (puliti-sudici) e per gravità (cronici-curabili). Ai bambini – con deficit cognitivi, handicap, semplicemente agitati oppure alcolizzati a 7 anni, perché a quel tempo poteva accadere – era destinato il padiglione con le grandi vetrate che col passare del tempo si è trasformato nell’incarnazione degli incubi infantili: “Ti mando al Marro”. E poi c’era l’ala per le prostitute, forse malate di sifilide o forse no ma comunque da tenere separate dalla comunità civile, e il girone infernale dei furiosi dentro le mura di quell’edificio protetto da un muro alto cinque metri e circondato da un fossato.
Arte e follia. Eppure in quell’aula del padiglione Esquirol le differenze si annullavano, tutti tornavano uguali davanti a un foglio di carta o a una tela, con matite, pastelli, tempere o colori a olio per disegnare sogni, incubi, deliri. Arte e follia, binomio difficile da separare. E di lì sono passati un gran numero di pazienti del San Lazzaro, il frenocomio poi ospedale psichiatrico di Reggio Emilia, la città della sofferenza nella città dell’impresa, le cui tracce si perdono nella notte dei tempi: nel 1178 era un lebbrosario.
Migliaia di disegni. In 150 anni di vita, dal 1821-1978 dal San Lazzaro sono passati 100.000 ricoverati che hanno lasciato un patrimonio in opere d’arte tra i 20 e i 30.000 pezzi tra disegni, quadri, schizzi, terrecotte. Artisti inconsapevoli, per la maggior parte, tutti anonimi, tra uno: Ligabue. «L’attività di disegno all’inizio era destinata ai pazienti facoltosi che non erano in grado, per nascita, di svolgere lavori manuali – spiega Gaddomaria Grassi, direttore del dipartimento di salute mentale dell’Ausl di Reggio Emilia e presidente del Centro di storia della psichiatria – Era un modo di far fare qualcosa a ricoverati che spesso trascorrevano al San Lazzaro gran parte della loro vita. L’uso terapeutico del disegno è venuto molto dopo». I “pazzi” entravano in aula, creavano e trovavano sollievo. Senza modelli e riferimenti, senza preoccuparsi dei canoni, senza maestri (almeno fino agli anni ’60 quando iniziano i laboratori Enaip tenuti da operatori). Ecco perché la produzione degli ospiti del San Lazzaro ha più a che vedere con l’arte spontanea – rigurgiti di emozioni o maniacali elaborazioni – che con la terapia; ecco perché critici e studiosi, nel corso degli anni, hanno mostrato quel condensato di umanità attraverso libri e mostre e altre sono in preparazione.
Una nuova mostra. Parte delle opere sono state raccolte in un libro “Le mura di carta” (edizione Verbarium) nel 2005; i pezzi migliori diventeranno una grande mostra nel 2020 allestita al terzo piano di palazzo Cini. “Identità inquieta”, questo il titolo, è curata da Giorgio Bedoni, psichiatra, docente all’accademia di Brera. «Stiamo proseguendo il lavoro di catalogazione delle opere – spiega Chiara Bombardieri, responsabile della biblioteca scientifica Carlo Livi (15.000 volumi nell’archivio dell'ex ospedale psichiatrico ndr) e conservatrice del Museo della storia della psichiatria del San Lazzaro nel padiglione Lombroso – Abbiamo terminato il lavoro su 14.000 opere, altrettante ne mancano». È un lavoro certosino di recupero e visione delle cartelle cliniche all’interno delle quali spesso si trovano i disegni e di schedatura.
Il circo Barnum. «Il San Lazzaro è stata una struttura all’avanguardia – proseguono Grassi e Bombardieri – durante la seconda metà dell’Ottocento seguita da una fase di declino. Fondato sul trattamento morale e sulla funzione riabilitativa del lavoro, nell’ospedale psichiatrico gli ospiti oltre a disegnare lavoravano i campi, tenevano il frutteto, stavano in officina e in sartoria. «Tanto che la struttura – aggiungono – produceva un surplus che ha contribuito al suo sostentamento» e alla sua fama: il frenocomio era un’attrazione. La domenica le famiglie reggiane pagavano il biglietto per visitare quel “mondo a parte” «che era vissuto – conclude Bombardieri – in parte come un orgoglio cittadino e in parte come il circo Barnum».
Gli “artisti”. Cosa disegnavano gli artisti del San Lazzaro? Emozioni e vita, ricordata o solo immaginata. Eccone alcuni. Fritz, Federico Saraceni, classe 1830, colto e possidente, ricoverato a 50 anni, internato per 20, alcolista delirante, “declama” parole e colori attraverso strutture geometriche precise e ordinate. Clarenzio Spadoni, classe 1874, internato a 25 anni per “esaltamento maniaco”, disegna coppie di uomini con le quali “rappresenta con tragica efficacia la condizione dell’espoliazione manicomiale”. Attilio Malagoli, classe 1895, ricoverato a 25 anni per “eccitamento maniaco in ipofrenastenico” e morto sotto il bombardamento del San Lazzaro del 1944, riporta su carta situazioni violente. Cesare S., classe 1917, arrivato al San Lazzaro a 33 anni ma con precedenti ricoveri in altri manicomi a partire dall’età di 22, disegna donne “nude e crude” e uomini vestiti ma solo se visti di fronte. Bruna M., classe 1925, schizofrenica, dall’età di 22 anni entra ed esce dal San Lazzaro fino al 1993 quando viene affidata a una struttura esterna. Disegna animali e donne, tutto è asimmetrico. Giuliano L., classe 1941, internato a 17 anni per “turbe confusionali e agitazione psicomotoria”, disegna prevalentemente figure femminili “con grande partecipazione emotiva”. Giovanni R.: nessuna nota biografica per mancanza della cartella clinica, traccia linee seriali su fondo colorato scuro. Riferimenti alla privazione di libertà.
Ligabue. Il paziente “eccellente” è stato Ligabue. Al San Lazzaro non esistono disegni del pittore. Uno solo, certamente fatto durante uno dei periodi di internamento (complessivamente tre) è conservato al museo civico. Disegnava di getto, Ligabue e chiunque gli chiedesse uno schizzo, fosse un medico, un inserviente o un visitatore, veniva accontentato e se ne andava con un’opera d’arte. Chissà quante ce ne sono e che fine hanno fatto. L’ultimo ingresso del pittore nella cittadella lungo la via Emila è nel 1943: in preda ai fumi dell’alcol spacca una bottiglia in testa a un ufficiale nazista. Lo rinchiudono nel padiglione Lombroso, destinato ai furiosi, per salvarlo dalla rappresaglia. Ne uscirà nel 1948.
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