NELLA CASA DEL QUARTETTO
STASERA SI PARTE CON IL CONCERTO DEL PROMETEO, COMPLESSO TUTOR
Entrano nel vivo le attività della Casa del Quartetto, mentre uno dei due complessi tutor, l’italiano Prometeo (Giulio Rovighi I violino, Aldo Campagnari II violino, Massimo Piva viola, Francesco Dillon violoncello) da martedì scorso sta incontrando i gruppi in residence (i quartetti Siegfried, Nme, Gaskell e Sincronie). Si è costituito nel ‘93, ma Dillon ci dice che il Quartetto Prometeo si è affermato cinque anni dopo, quando vinse il Premio Città di Praga come miglior quartetto e il Premio Pro Harmonia Mundi e fu eletto “complesso residente” della Britten-Pears Academy di Aldeburgh. Il Prometeo si esibisce in concerto questa sera alle 21, nella Sala degli Specchi.
Chi sono i maestri che vi hanno formato?
«Il punto di partenza con l’Orchestra Giovanile Italiana è stato Piero Farulli che ci ha trasmesso la grinta, ma il trampolino ce l’ha fornito Milan Skampa del Quartetto Smetana. Mentre Rainer Schmidt del Quartetto Hagen, ci ha trasmesso il senso di una prospettiva quasi zen per poter mettersi in ascolto del fare musica; con lui ci siamo evoluti ulteriormente».
Cosa ne pensa di questo duplice vostro impegno nella Casa del Quartetto come conduttori di master ed esecutori?
«A Reggio in seno al Premio Borciani sta nascendo un progetto didattico importante e il collegamento viene attuato attraverso una sorta di laboratorio destinato ai giovani quartetti al quale fa seguito il concerto, con le lezioni che sono pubbliche. Il programma inoltre si sviluppa due binari: investigare sull’opera quartettistica di Mendelssohn e lo studio di due nuove composizioni».
Qual è il suo pensiero sui quartetti di Mendelssohn?
«L’autore è notissimo, però la sua opera quartettistica non è così esplorata. Infatti in Italia è raro sentirla nella sua completezza: di solito si suonano i primi due quartetti. Ma in tutto sono sei (più i Quattro Pezzi) e la scrittura è perfetta per questo ensemble cameristico».
In che senso?
«Mendelssohn scrive magistralmente per quartetto, la scrittura è funzionale alle quattro voci; mentre, se consideriamo Brahms, il suo pensiero è così ampio da dare il senso della dimensione sinfonica del lavoro e così constatiamo che a lui la scrittura quartettistica gli sta un po’ stretta».
Ma questa sera il Prometeo lo ascolteremo in concerto alle prese appunto con Mendelssohn e Schubert.
«Il programma ha una peculiarità: i due Quartetti che suoneremo, il n. 6 op. 80 di Mendelssohn e il n. 15 D. 887 di Schubert, sono ultime composizioni. Il primo è legato alla scomparsa della sorella Fanny; l’autore ne era straziato e il pezzo si presenta come una sorta di Requiem ad alto contenuto drammatico. Altro che atmosfere felici che il compositore è solito trasmettere. Il n.15 di Schubert è pezzo visionario; dura 50 minuta presentando una forma allargata tanto da aprire le porte al tardo romanticismo di Bruckner e Mahler. Schubert qui crea un mondo oltre il quale non si può andare se non si cambia. La tarantella finale esprime un controllo di tensione disumano e nello stesso tempo tutto è dilatato. Come l’ultimo Beethoven, suonare questo di Schubert costituisce un’incredibile esperienza».
Cosa ne pensa di questo percorso contemporaneo?
«La novità più eccitante è che due tra i nuovi compositori più in vista compongano per giovani quartetti… un discorso del genere dovrebbe rappresentare la normalità, invece non è così. In questo caso il discorso è ancora diverso, avendo pensato a pezzi per un quartetto moltiplicato per quattro: è un’esperienza nuova poiché di solito un quartetto è autosufficiente, invece qui i 16 ragazzi vivranno fianco a fianco».
Che cosa vuol dire per voi suonare in quartetto?
«Per suonare in quartetto, bisogna essere da una parte realistici e razionali, ma dall’altra occorre avere una visione utopistica, poiché un organismo di quattro membri, deve raggiungere una sintesi speciale, il senso di un equilibrio magico».
A proposito di musica contemporanea, l’avete sempre privilegiata.
«La musica contemporanea è naturale per noi; non la eseguiamo soltanto per puro interesse intellettuale: essa è necessaria perché viviamo nell’oggi. In ogni caso aborro l’idea di essere considerati degli specialisti, piuttosto cerchiamo di creare dei ponti tra oggi e il passato: così la frequentazione dell’uno rinnova lo sguardo sull’altro. Ad esempio la dimensione del silenzio in Sciarrino diventa qualcosa che ritroviamo in Beethoven o Debussy. Lavorando con i compositori di oggi, si ha la sensazione che la musica diventi estensione della propria sensibilità. Uno come Kurtag ti comunica una sensibilità utile per suonare il repertorio del passato. E quando eseguiamo quest’ultimo, non pensiamo alla tradizione, ma a come rinnovare lo sguardo su di essa».
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