Gazzetta di Reggio

«Il cinema fa riscoprire la diversità»

di Linda Magnoni
«Il cinema fa riscoprire la diversità»

Il regista Martinsons parla del suo film “Magic Kimono” stasera al Rosebud

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REGGIO EMILIA. Stasera al cinema Rosebud, alle 20.15, verrà presentato in anteprima assoluta per l’Italia “Magic kimono” di Maris Martinsons. Il film fa parte della selezione di “EstAsia”, il festival dedicato al cinema asiatico curato da Cineclub Peyote, Fondazione Palazzo Magnani e dal comune di Reggio. Al termine della proiezione sarà possibile incontrare il regista, con cui abbiamo fatto due chiacchiere.

Come nasce l’idea del film? Di cosa parla?

«È stata la mia cara amica Kaori Momoi, attrice con cui avevo già lavorato in precedenza, ad esprimere il suo interesse a girare un film in Lettonia. Io invece sognavo di fare un film con lei in Giappone. Siamo giunti all’idea di combinare i nostri desideri. E così è nata la storia di una donna giapponese che viaggia in Lettonia».

Come è stato girato? Quanto sono durate le riprese?

«È iniziato tutto a maggio 2014. Importantissimo è stato il contributo della Fondazione Culturale per la Promozione del Costume Nazionale del Giappone. Sono venuti apposta a Riga per organizzare lo spettacolo di kimono che si vede all’inizio del film, in modo che Kaori Momoi potesse partecipare. A quel punto mi sono detto: “Sì, posso far diventare Magic Kimono una cosa reale”. Poi abbiamo cominciato le riprese, tra agosto e settembre 2015, nella mia città natale, Riga, e a Rundale, in Lettonia, e poi a Kobe, in Giappone».

Ha già diretto la protagonista, interpretata appunto da Kaori Momoi, in altri film. Come procede il vostro sodalizio?

«Ero e sono molto felice di camminare con lei nel corso della nostra vita artistica. Lei dice che non la capisco né nella vita né quando stiamo girando, ma lavoriamo sempre insieme per creare il suo personaggio. Soprattutto in questi ultimi anni il cinema si sta dedicando alle storie di donne».

Cosa pensa al riguardo?

«Mi sono sempre interessati i personaggi femminili. Il mondo delle donne è come un continente esotico che puoi tentare di scoprire e conoscere, e dove ti puoi avventurare, ma per cui non sei mai davvero pronto. Momoi è così. Dopo Magic Kimono ho capito che tutti e tre i film che ho fatto con lei erano la storia della stessa donna, che entrambi vogliamo raccontare».

Questo non è il primo film in cui mette in scena il confronto tra culture diverse, e in particolare quella orientale e quella occidentale. Sono davvero mondi così distanti?

«La cosa strana è che all’inizio pensavo che più fossi andato in quella direzione e più avessi lavorato con queste persone, meglio avrei conosciuto loro e la loro cultura. Dopo “Magic Kimono” posso dire che è vero il contrario: più li conosco, più capisco quanto siamo lontani. Credo che la cosa più importante sia apprezzare, scoprire e amare le altre culture senza cercare di andare oltre. Un po’ come diceva Oscar Wilde sulle donne: Sono fatte per essere amate, non capite».

Quale crede che sia il ruolo del cinema nel dialogo interculturale? Cosa possiamo imparare dai film in questo senso?

«Credo che il ruolo del cinema sia fondamentale. Possiamo mostrare e condividere la nostra unicità e la ricchezza delle rispettive culture. Possiamo anche imparare di più su noi stessi. Per esempio, il film giapponese “Departure” parla, direi, delle tradizioni locali giapponesi. Ma allo stesso tempo ti spinge a riflettere su te stesso e sulle persone che ti circondando. Questo è un cinema umano, ma c’è anche il percorso opposto: puoi esplorare i canali National Geographic e scoprire posti sconosciuti. Entrambi questi approcci ti portano ad accettare la diversità e l’unicità delle persone, dei paesi, delle culture».

Cosa significa per lei partecipare a Estasia? Perché è importante promuovere festival come questo?

«Quando i miei film arrivano in Lettonia tento di presentarli il più possibile anche nei paesi più piccoli. Non importa se mi trovo di fronte a dieci o cento persone: posso condividere i miei pensieri e parlare del processo creativo, e forse il pubblico si sentirà più vicino alla storia. Festival di questo tipo sono molto più personali e umani. Non si tratta di vendere un film, ma di raccontarlo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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