In testa alle classifiche sulla rotta di Magellano
Gianluca Barbera conquista il primato dei romanzi di ambientazione storica Le avventure del navigatore raccontate con sguardo nuovo “alla Melville”
REGGIO EMILIA. Sfodera una struttura drammatica potente, pur senza sottrarre i suoi personaggi a una sottile ironia che spesso ricalca quella della sorte.
“Magellano” (Castelvecchi) è l’ultima fatica letteraria di Gianluca Barbera in cima da settimane alle classifiche dei romanzi di ambientazione storica. Lo scrittore reggiano è rimasto folgorato dalla biografia di Magellano, la quale però necessitava di un nuovo punto di vista e, di conseguenza, di un nuova lingua con cui essere raccontata. Sebbene l’avventura prenda il largo nel 1519, Barbera non si limita a espressioni arcaiche, ma pesca dall’immaginario ottocentesco sulla scia di Conrad e Melville. Per entrare in medias res gli è stata fondamentale la relazione di Antonio Pigafetta: vicentino di origini, scrisse il resoconto più dettagliato sul viaggio del glorioso portoghese. Tanto glorioso quanto sfortunato, ma diversamente da Pigafetta stesso, che su 260 marinai arruolati fu tra i diciotto superstiti rientrati a bordo dell’unica nave rimasta.
Perché ha voluto seguire proprio la rotta di Ferdinando Magellano?
«Le grandi esplorazioni tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500 sono tra i momenti più avvincenti della storia occidentale. E provano lo spirito di iniziativa dei numerosi navigatori italiani: nello stesso equipaggio di Magellano ce n’erano 125. Dopo Colombo l’Italia fu tagliata fuori dalle rotte principali, ma in quanto a risorse ed energie ne affondò comunque parecchie».
Quali erano le aspirazioni del conquistatore?
«Allora nessuno avrebbe preso il mare solo per spirito di avventura o desiderio di conoscenza. Magellano, ad esempio, è mosso da due ragioni: arricchirsi a tal punto da stipulare un accordo con Filippo II, in modo da assicurarsi il governo di due isole ogni cinque scoperte, e la gloria, riscattando il nome della sua piccola casata nobiliare, entrata in dissidio con il sovrano del Portogallo. La meta sono le isole delle spezie per ricavare chiodi di garofano, noce moscata, ma anche oro. Una meta raggiungibile solo circumnavigando l’Africa, ossia battendo acque controllate dai portoghesi».
E come riuscì a convincere il re di Spagna?
«Gli prospettò di arrivarci dall’altra parte, passando a ovest lungo la via di Colombo e individuando un passaggio che si sarebbe incuneato nel continente sudamericano, ancora in larga parte inesplorato. Impiegarono più di un anno per scoprire il famigerato stretto, subendo malattie e continui ammutinamenti».
Di fronte alla forza della natura quando si rese conto dei suoi limiti?
«A mano a mano che scendevano lungo le coste argentine si avvicinavano al Polo, dovendo fronteggiare ghiacci, montagne innevate, e potendo contare solo sugli approvvigionamenti in stiva. Molti marinai morirono di scorbuto, senza contare la difficoltà di attraversare lo stretto: bastava che il vento si alzasse per spingere le navi contro le rocce».
In compenso, ribattezzò il Mare del Sud nel Pacifico…
«Non finirono mai dentro una tempesta, ma ci vollero tre mesi per attraversare una tale distesa d’acqua, esaurendo le scorte già al secondo. Stando all’accordo stipulato, dovevano caricare due esemplari di ogni specie umana e animale incontrata sul tragitto, trasformandosi quasi in un’arca. Fino ad arrivare alle Filippine, isole vergini, che chiamò Arcipelago di San Lazzaro e dove fu ucciso, tentando di occupare Mactan. Sulla piccola isola il caso ha voluto che troneggi ancora la sua statua di fianco a quella di Lapu-Lapu, l’indigeno che ebbe la meglio».
Il dramma prevale sulla questione morale o lei si accanisce su Magellano?
«Mi sono sempre astenuto dai giudizi: la voce che narra è in prima persona, ma non coincide con la mia visione della realtà. Magellano non è un personaggio edificante al pari del narratore, Juan Sebastián Elcano, che non è uno stinco di santo, ma un opportunista. Il solo individuo positivo è Pigafetta: alla stregua dell’idiota di Dostoevskij rivela un candore che a tratti lo rende ridicolo».
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