Jean Dubuffet pronto a scuotere Reggio
Reggio Emilia, a Palazzo Magnani la retrospettiva sull’autore che ha rimesso in gioco l’arte
REGGIO EMILIA. Occhi puntati su Reggio Emilia. Ancora una volta.
Dopo il successo della mostra Kandinsky-Cage, definita una delle dieci mostre imperdibili del 2017 da “Robinson” di Repubblica, Fondazione Palazzo Magnani presenta un altro grande progetto, questa volta dedicato al genio – tanto grande quanto sconosciuto, almeno in Italia – di Jean Dubuffet.
La mostra, che sarà allestita a Palazzo Magnani dal 17 novembre al 3 marzo, si intitola “Jean Dubuffet. L’arte in gioco, materia e spirito”. A spiegare l’origine di questa scelta sono i curatori Martina Mazzotta e Frédéric Jaeger: «A impressionare è la sua multiformità di tecnica e linguaggi, accompagnata però da una coerenza filosofica, da una sistematicità senza uguali. Si può dire che Dubuffet sia l’ultimo grande artista, inteso come homo faber. È stato pittore, scultore, grafico, musicista sperimentale, scrittore».
La mostra rappresenterà ogni sfaccettatura della sua arte. Compresa la passione per il collezionismo dell’Art Brut, termine da lui coniato dopo un viaggio “omerico” negli ospedali psichiatrici della Svizzera. «Dubuffet – spiega Giorgio Bedoni, che ha collaborato con Mazzotta e Jaeger occupandosi delle due stanze dedicate al collezionismo – diceva che l’Art Brut “è come la cerbiatta, che quando la trovi fugge altrove”. Tutt’altra cosa rispetto al camaleonte, ovvero all’arte ufficiale, che imita».
A Palazzo Magnani saranno esposti 30 dei quadri raccolti da Dubuffet nel corso della sua vita, «il meglio della sua collezione, una sintesi di ciò che lui intendeva per Art Brut».
Un saggio di quella libertà espressiva, sciolta da categorie ed etichette, che aveva ritrovato nei pazienti dei manicomi, e pure nei bambini. La mente corre subito al San Lazzaro e al Dna “educativo” della nostra città. Una coincidenza, forse non del tutto casuale, che strappa il primo sorriso e rappresenta il primo di tanti “giochi”. Perché Dubuffet è colui «che inventa mondi», «prende l’arte e la trasforma in altro», coinvolge in giochi che fanno ridere e al tempo stesso spaventano per la loro verità.
Una grande retrospettiva, una grande occasione per creare pensiero e scuotere la cultura. O almeno rinfrescarla.
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