Gazzetta di Reggio

«La poesia è musica»

Giulia Bassi
«La poesia è musica»

Giuliano Scabia racconta la sua ricerca, fatta di metrica e “cavalli azzurri” «Sono andato ad ascoltare ai margini per non stonare con questo tempo»

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reggio emilia

Pescare tra le opere e i fatti riguardanti un personaggio come Giuliano Scabia è come essere invitati alla tavola rotonda dei valorosi cavalieri di Re Artù, ognuno dei quali è protagonista di gesta ardite. Solo che Scabia, artista sperimentatore, poeta, drammaturgo e inventore di un nuovo linguaggio teatrale, rappresenta tutti questi cavalieri insieme, in un ambito temporale ampio e soprattutto multiforme che va dagli ’60 fino ad oggi.

«La mia storia – commenta – è come un’avventura. Ho fatto tante esperienze per cercare la lingua del mio tempo e non stonare troppo. Sono andato anche ad ascoltare ai margini, nei quartieri difficili e fuori mano, ma anche nei luoghi più umili che non hanno la parola. E questo per cercare di vedere come la mia scrittura poteva mettersi in relazione con un mondo che cambia velocemente, ed una realtà che ci avvolge da ogni parte».

Scabia sarà protagonista stasera alle 21.30 a Palazzo da Mosto per il secondo appuntamento di “Vola alta parola”, incontri poetici a cura di Guido Monti, promossa dalla Fondazone Palazzo Magnani. Nel dialogare con Alberto Bertoni, docente di letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna, l’artista veneto leggerà alcuni testi da Il poeta albero (1995), Canti del guardare lontano (2012) e Opera della notte (2003) e da Albero stella di poeti rari. Quattro voli con il poeta Blake (2015).

Consapevoli della preziosità del momento, non resta che scegliere un aspetto dei tanti che lo vedono protagonista per poi arrivare a chiedergli una “semplice” riflessione sulla sua poetica.

Profondo e continuativo il suo rapporto di collaborazione con musicisti come Luigi Nono, con i quali ha creato opere teatrali.

«Non solo: ho lavorato con Vacchi, Ambrosini, Liberovici, e anche tanti cantaturatori; ho tenuto sempre un rapporto stretto anche con esecutori, tra cui i violoncellisti Luca Paccagnella e Mario Brunello. Per me la poesia è musica. La metrica della musica guarda alla metrica della poesia e viceversa, come se fosse la base di un linguaggio unico. Il mio studio sulla metrica non riguarda solo la lingua italiana, ma anche il mio dialetto veneto, e poi il siciliano, il toscano, il milanese; e ancora con l’inglese e lo spagnolo».

Tra le molteplici esperienze, le chiediamo di ricordare il laboratorio teatrale condotto nell’ospedale psichiatrico di Trieste su invito dello stesso direttore Franco Basaglia. Quest’anno, a 40 anni da quando è stata varata legge 180 che ha decretato la chiusura dei manicomi, se ne è riparlato tanto...

«Abbiamo portato il “cavallo azzurro” della poesia dentro a un manicomio con 1200 matti, 30 medici guidati da Basaglia, 700 infermieri raccontando e trasformando questo luogo con la forza di quell’oggetto. Così Marco Cavallo è divenuto “un’azione di poesia” con la quale poi tutti si sono appropriati del “fuori”; un’azione che continua da 46 anni portando con sé tutto il suo significato».

Succede anche in questi anni?

«L’altro ieri per la festa di San Giovanni ero a Trieste con Marco Cavallo per una festa notturna, un falò con centinaia di persone; il cavallo era lì appunto. Adesso ce ne sono otto: a Fucecchio, a Ravenna, in Brasile a San Paolo dove hanno fatto sfilata dei “Marco Cavallo”... E così è divenuto lo spettacolo più lungo del mondo. Poi a proposito degli anniversari, che in Italia sono di moda per ricordare, voglio dire che a me non piacciono molto. C’è un detto: “Passata la festa, gabbato lo santo”. Invece il lavoro con le persone bisogna farlo nella normalità, in quanto c’ è bisogno di manutenzione continua e quotidiana».

Come è nato quello che poi è diventato simbolo della liberazione dei malati psichici?

«Doveva essere la riproduzione del vecchio cavallo che trainava il carrettino della biancheria da portare a lavare, ma poi tutti si identificavamo con lui; gli davano lo zuccherino, era il nostro riferimento, in quanto raccoglieva le storie e i desideri di ognuno. Abbiamo detto: ne facciamo un oggetto grande, ed è stato realizzato questo cavallo azzuro».

Un’esperienza che, da come la racconta, sembra accaduta ieri.

«In realtà, per collegarmi al tema di “Vola alta parola” sulle rivoluzioni, Franco Basaglia, eliminando i manicomi, ha fatto l’unica rivoluzione del Dopoguerra. Lui che era un uomo semplice ma deciso e chiaro, non ha avuto dubbi in merito al fatto che bisognasse eliminare quelle brutture».

Tornando a “Vola alta parola”, come si svolge l’incontro di questa sera?

«Non esiste un filo conduttore, piuttosto è il tema della visione che lega i testi. Leggerò un frammento per una “canzone all’Italia”: è un cosa dura sull’Italia piena di truffe! Fa parte di alcuni appunti composti da versi e disegni, ma la canzone non è completa, alla Leopardi o Petrarca. Si fa riferimento anche a quelli che cambiano casacca con la massima leggerezza». —





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