«I buoni lettori resistono»
Elio Pecora si racconta: «Le mie divinità sono Leopardi e la Woolf, Saba e Miller» E di Alda Merini, sua cara amica: «Era posseduta dal demone della poesia»
reggio emilia. «Mi piace molto tornare a Reggio Emilia. Vi sono stato, per qualche settimana, molti anni fa e mi tornano in mente le lunghe passeggiate in bicicletta e lo splendido teatro».
Esordisce così Elio Pecora, grande poeta italiano, protagonista questa sera alle 21.30 del terzo incontro di “Vola alta parola” promossa a Palazzo da Mosto dalla Fondazione Magnani e curata da Gudo Monti. All’incontro parlerà del suo ultimo libro di poesia “Rifrazioni” pubblicato lo scorso gennaio nello Specchio Mondadori. «Composto nei mesi estivi tra il 2011 e il 2014 in un giardino del Sud, vi confluiscono i temi a me cari da sempre: i luoghi, gli affetti, il passato con le sue ombre, il presente che traversiamo e che ci inquieta ma anche ci spinge e ci innamora. Si tratta appunto di rifrazioni, di quel che il pensiero e il sentimento riescono a fermare di un momento che, pure, significa il mondo e la vita».
Come si è evoluto il suo pensiero poetico dagli anni de “La chiave di vetro”, cioè dal 1970?
«Ho cominciato a scrivere versi a quattordici anni. Sono stato fin dall’infanzia un lettore avido e appartengo a una generazione che, già alle elementari, imparava a memoria molte poesie. Così il mio orecchio e la mia mente si sono lasciati subito innamorare da quei suoni e da quelle parole e se ne sono domandati il potere e il segreto. Due anni fa, a poco meno di cinquant’anni dalla sua pubblicazione, è stato riedito quel mio primo libro, e i recensori più attenti vi hanno riconosciuto molto di quel che ho poi scritto in seguito. In quel libro ponevo domande e manifestavo inquietudini su cui vado ancora interrogandomi».
È cambiato il pubblico dei lettori?
«I buoni lettori resistono al rumore e alla brutta letteratura. Sono pochi, qualche migliaio, ma a sapersi informare non sono inferiori di numero a quanti leggevano Ungaretti o Montale».
Una figura di scrittore e poeta che l’ha influenzata?
«Sono stato molto amico, ma avevo già trent’anni, di molti poeti e di romanzieri che ormai stanno sugli altari della grande letteratura: da Moravia a Palazzeschi, dalla Morante alla Rosselli, da Penna a Bellezza e a Pasolini. All’età in cui li ho frequentati avevo già pubblicato quel mio primo libro e lì dentro le influenze erano chiare: da Leopardi alla Woolf, da Saba a Auden, ai diari di Frisch, al Miller dei “Tropici”. Già ragazzo avevo scelto i miei modelli, le mie divinità. Quelli di dopo sono stati compagni anche ammirati, soprattutto amati nelle loro verità quotidiane».
Ha conosciuto anche Alda Merini, ce ne parla?
«L’ho conosciuta di persona negli anni Ottanta, quando la proposi in un premio che presiedevo e che aveva come giuria cinquanta scuole italiane. Venne accompagnata da Vanni Scheiwiller, ritirò il premio nelle sale del Ministero dei Beni Culturali, a cena a casa mia rifiutò di tornare con Scheiwiller in aereo e di notte. Restò da me e conversammo fino a tardi. Il mattino seguente avrei dovuto accompagnarla al treno e le dissi che avevo bisogno di qualche ora di sonno. La lasciai e dalla mia stanza udii un ticchettio. Andai a spiarla e vidi che scriveva qualcosa su una vecchia Olivetti posata sul tavolo. Scriveva guardando il soffitto. Negli anni che seguirono l’ho incontrata poche volte, spesso mi chiamava al telefono e suonava per me al pianoforte qualche trascinante melodia. Una mia ipotesi: che fosse posseduta da un demone, come la Rosselli. Un invasamento».
Proprio di questi giorni la notizia che è tra i finalisti alla 64esima edizione del Premio Napoli. È contento?
«Ho avuto un numero più che considerevole di premi e non parlo dei diplomi, delle coppe, delle medaglie che conservo nella mia casa estiva. Ma il pioppo che mi è stato dedicato in riva al Lete... questo è il premio che più mi commuove».
Poesie, prosa, teatro, libri per l’infanzia: quattro generi ma Elio Pecora è uno...
«Ho collaborato a lungo, per un quarantennio, a quotidiani, riviste, settimanali, programmi Rai. Nelle mie recensioni, che preferisco denominare “cronache di lettura”, più di qualche migliaio, anche lì è riconoscibile la mia scrittura. Molto prossima alle cadenze e all’esattezza della poesia. Mi son trovato a scrivere di teatro, di poesia per bambini, di critica letteraria avendo e potendo adoperare il solo stile che mi sono formato e che mi appartiene. Il mio pensiero è unico, nel trasmigrare rivela l’unità di intenti».
Ci salutiamo con il verso più bello che sia stato scritto?
«Dovrei riportarne almeno un centinaio, la bellezza si mostra in molte forme. Allora il primo verso dell’Infinito leopardiano, il primo de La bufera montaliana («La bufera che sgronda sulle foglie»); il verso di Penna, «ed io non mi ricordo più chi sono»; di Dante «quali fioretti dal notturno gelo»; la Saffo nella versione di Quasimodo: «vorrei veramente esser morta/ella lasciandomi piangendo forte». Ancora?». —
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