«I morti di Reggio sono ancora vivi La loro storia continua a fare male»
Paolo Nori domani sera agli Stalloni con il discorso sui Martiri del 7 Luglio «È terribile, ma può ricapitare»
reggio emilia
Tutto nasce nel 2006, quando Paolo Nori scrive il libro “Noi la farem vendetta” – edito da Feltrinelli – nel quale con la sua prosa inconfondibilmente antiletterata, perché sembra derivare direttamente dall’espressione orale “alla maniera emiliana”, ricostruisce quello che è successo nella piazza dei teatri di Reggio Emilia il 7 luglio del 1960. Sarà lo scrittore parmigiano, a distanza di 58 anni, a ricordare il tragico avvenimento in un incontro all’Arena degli Stalloni, domani alle 21.30, con il reading “Una vita propria. Discorso sui Martiri del 7 luglio ’60”.
«Dopo i fatti di Genova del 2001 volevo scrivere sulla violenza da parte dello Stato, ma non potevo farcela, l’emozione me l’ha impedito. Allora mi è venuto in mente il testo della canzone di Fausto Amadei “I morti di Reggio Emilia” e dopo ho chiesto ad Alfredo Gianolio di aiutarmi ad approfondire i fatti, ed è stato gentilissimo; sono andato anche all’Istoreco a studiare i documenti, compresa la sentenza. Ho cercato di mettere insieme quello che era successo. In seguito la conoscenza con i familiari delle vittime e tutti quelli che ho incontrato mi hanno coinvolto ancora di più. Ne è venuto fuori un libro sulla violenza dello Stato, ma anche sull’educazione dei bambini, e sulle cose che scompaiono, sulla memoria».
Domani ripercorrerà alcune parti del libro?
«Parlerò di queste cose e vediamo cosa ci salta fuori. Quando il libro è uscito era il 2006 e le elezioni erano imminenti; si sapeva che avrebbe vinto il centrosinistra e i familiari speravano che si riaprisse il caso con la nomina di una commissione che avrebbe detto finalmente la verità. Ma era una fiducia mal riposta nonostante il governo Prodi; anzi siamo andati in tutt’altra direzione e così siamo rimasti nei successivi 12 anni».
Come è stato l’incontro con i familiari delle vittime?
«Loro sono 58 anni che tutte le mattine si caricano questo zaino prima di uscire di casa. Parimenti i genitori di Giuliani hanno delle facce che parlano da sole... Il fatto che loro non hanno voluto farsi giustizia da soli ma hanno scelto di lottare in altra maniera, ne fa i veri vincitori. Mentre le forze dell’ordine hanno paura, loro, i familiari, non hanno paura, loro non hanno nessuna remora perché chi è stato ucciso non ha fatto niente di male. Erano in piazza a fare una cosa che avevano il diritto di fare. Chi deve aver vergogna è l’estensore della sentenza che ha assolto i poliziotti con delle motivazioni terribili. Così la sentenza è passata in giudicato. Devo dar ragione a quello scrittore russo (lo cito nel libro) che ha detto: Tutto quello che è ufficiale è falso».
Che effetto fa tornare a parlare della vicenda a distanza di anni?
«Se mi chiamano a parlare della vicenda vuol dire che la vicenda è viva. Che ad una storia come questa è difficile stare indifferente, perché è grossa e terribile. La cosa non è morta, come i morti di Reggio Emilia sono vivi... Ecco che ritorna la canzone di Fausto Amadei!».
L’ha conosciuto?
«È venuto diverse volte alle presentazioni del libro. Mi ha raccontato che era a militare quando ha scritto la canzone; la tragedia era appena successa e aveva paura che lo avrebbero mobilitato per “sedare” la piazza. Ha reagito con la scrittura di questa canzone. Mi ha ricordato che in poco tempo la cantavano dappertutto e chiaramente non la davano alla radio e non c’era youtube. Si è diffusa con un “tam tam”, è stato un vero successo popolare».
Quali sono state le reazioni dopo l’uscita del libro?
«Tutti hanno detto che era il mio libro più politico. Non sono riuscito a capire quel commento, perché tutto quello che facciamo è politico. Io l’ho scritto perché nel 2001 ero stato ferito e volevo provare a capire il perché potevano succedere queste cose e la conclusione, ammesso che ci sia, e che possono succedere ancora. È terribile quando lo Stato sta dalla parte del carnefice e non delle vittime, ma succede spesso e l’abbiamo visto ad esempio con Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi... Speriamo che non succeda mai più e se succederà, speriamo di avere la forza di reagire come hanno fatto i familiari dei Martiri di Reggio Emilia». —
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