Aurélia Thierrée, nipote di Charlie Chaplin, si racconta: «L’immaginazione è l’inizio della libertà»
La nipote di Charlie Chaplin al teatro Ariosto per provare “Bells and Spells”, che debutterà a Spoleto e chiuderà la stagione reggiana della Prosa
REGGIO EMILIA. È la nipote di Charlie Chaplin, e la figlia di Victoria e Jean Baptiste Thierrée. È un’attrice di cinema e di teatro, una ballerina, una cabarettista, una performer, un’artista. È un folletto che si muove con meraviglia sul palcoscenico e pure nella vita. Una ninfa che a passi di danza canta la forza della natura e la fragilità degli uomini.
Aurélia Thierrée Chaplin ha scelto il teatro Ariosto per provare “Bells and Spells”, lo spettacolo che debutterà a Spoleto e che chiuderà la stagione della prosa a Reggio (3- 4 maggio 2019 ore 20.30).
Se parlare di lei è difficile, spiegare lo spettacolo è quasi impossibile: i pensieri si rincorrono, le emozioni si accalcano, sfumano i confini, non esistono più il tempo e lo spazio… come quando si vuole spiegare un sogno. Sul palco Aurélia è pura poesia, che ora si presta al circo, ora alla danza, ora alla recitazione. Una recitazione senza parole, dove il corpo racconta di mondi lontanissimi, dove tanti attaccapanni diventano un gigantesco mostro da cavalcare, dove mille piccole magie inseguono illusioni, e un filo steso del bucato diventa un comodo letto in cui riposare. A fine spettacolo ti svegli, non sai che cosa è successo, ma sai che è stato bellissimo.
Un incanto che abbiamo provato anche al tavolino del bar, quando Aurélia, staccando dalle prove, ci ha raccontato del mondo che sarà, quello che sta nascendo, ora dopo ora, sul palco dell’Ariosto.
Perché ha deciso di provare lo spettacolo, che debutterà a Spoleto, proprio qui a Reggio Emilia?
«Perché l’Ariosto è un teatro meraviglioso, ha un’anima. È strano che io parta qui e poi torni solo in maggio – dice con lo sguardo sognante – ma almeno lo spettacolo sarà formato».
Però qualche anticipazione ce la può dare...
«È il terzo spettacolo che faccio insieme a Victoria, ed è altrettanto difficile da descrivere degli altri due». Aurélia resta in silenzio per qualche secondo, si vede che sta cercando le parole giuste e vi si dedica con estrema attenzione: «Voglio parlare di questo spettacolo senza dire troppo perché è basato su illusioni ottiche e trucchi, molto semplici in realtà, e artigianali, che funzionano con la sorpresa di chi li guarda».
Senza svelare troppo, allora, qual è la trama?
«È la storia di una cleptomane. O meglio di una donna che non sa di essere cleptomane, ma ha un rapporto bizzarro con gli oggetti degli altri... questi oggetti le parlano, la chiamano...». Fa un’altra pausa e poi un guizzo negli occhi: «Vorrei davvero chiacchierare con le persone dopo lo spettacolo. Anche perché è una creatura che si forma e cambia ogni serata».
Dunque c’è una struttura fissa e poi si affida all’improvvisazione?
«C’è uno scheletro, ma poi c’è una parte che è totalmente imprevedibile e che anche con duemila prove non puoi prevedere».
Dipende dal pubblico? Ci sono pubblici più difficili di altri?
«Non è che un pubblico sia più difficile di un altro, è proprio un percorso. È difficile da spiegare (le sue mani iniziano a volteggiare nell’aria, come se stesse accarezzando le idee). Non si può dire che lo spettacolo cambi in base al pubblico, ma sono le persone del pubblico a portare a noi il loro immaginario e a nutrire lo spettacolo».
Lei in scena si muove tra teatro, circo, danza... è davvero difficile inquadrarla.
«È quello che voglio. Lo spettacolo è un ibrido, non fa parte di una cosa piuttosto che un’altra, è davvero qualcosa che si muove, qualcosa di nuovo».
Da dove viene l’idea?
«È Victoria a creare, le idee sono sue. Io mi ci metto dentro e provo ogni sera a trovare il suo universo».
Victoria è “maman”. Com’è lavorare con la propria mamma?
Aurélia ride, gesticola, sospira e si appoggia allo schienale: «Victoria è mia mamma, ed è un’artista. Quindi io ho a che fare con maman e con un’artista. Sì in effetti è pericoloso (ride). Però noi funzioniamo nel lavoro. Io rispetto la sua visione e mi ci muovo dentro. Forse è questa la vera magia del progetto...».
A proposito di magie, in Bells and Spells non ci sono dialoghi: è il corpo che parla senza usare parole. Vederlo è magnifico. Ma è una provocazione per la nostra società, dove tutti parlano di tutto?
«Lo spero. Nella nostra società tutto è catalogato, etichettato... Ma più tu togli i punti di riferimento a una persona (i suoi occhi azzurri si illuminano rendendola ancora più bella) più le permetti di immaginare... e l’immaginazione è l’inizio della libertà».
L’immaginazione è la protagonista dei suoi spettacoli, ma nella vita di tutti i giorni?
«Per fare spettacoli del genere bisogna essere allenati a immaginare, perché devi trovare qualcosa di reale anche nelle situazioni più assurde. Quindi mi alleno, cerco di trovare sempre un altro modo di vedere le cose, una diversa prospettiva. Ma a dire la verità trovo che nella realtà ci siano cose molto più surreali che nella finzione...».
Adesso glielo devo proprio chiedere: com’è essere la nipote di Charlie Chaplin?
«Surreale, appunto. Mi sembra sempre di ingannare le persone quando dico che sono sua nipote».
Non è un fardello? Una responsabilità?
«No no (ride, la domanda deve averla portata in un mondo a noi sconosciuto) lui appartiene al mondo molto più che alla sua famiglia. Per me l’unica responsabilità è che lo spettacolo funzioni. E la soddisfazione più grande è che rimanga nella memoria di qualcuno. Che le persone ci ripensino a casa, anche dopo un po’ di tempo ».
E come si fa?
Qui Aurélia sgrana gli occhi, incrocia tutte le dita, passa in rassegna le sue scaramanzie e poi: «Il teatro è un lavoro di gruppo, bisogna lavorare molto assieme per cercare di...». Ci lascia con un sorriso, il resto proprio non si può dire. —
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