Gazzetta di Reggio

oltre i confini 

Paolo Rumiz abbatte le barriere con la musica dei giovani d’Europa

Giulia Bassi
Paolo Rumiz abbatte le barriere con la musica dei giovani d’Europa

Lo scrittore è la voce narrante della European spirit of youth orchestra «Ma le parole sono inadeguate»

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REGGIO EMILIA

L’ascolto e la pratica della musica racchiudono un aspetto quasi magico non paragonabile ad altre forme d’arte, avendo la speciale prerogativa di emozionare, coinvolgere, alimentando spirito e fantasia, ma anche cervello e ragione. Per questo, pensando all’Ariosto, non poteva mancare al “Festival Maps, bussole per la felicità” – un progetto a cura del Teatro dell’Orsa in corso al parco del Mauriziano, a Reggio – un appuntamento che manifesta chiaramente tali peculiarità: si tratta dell’incontro-concerto “Musica oltre i confini” con European Spirit Of Youth Orchestra, formata da 66 giovani tra gli undici e i diciotto anni, e diretta da Igor Coretti-Kuret in programma domani alle 16.30.

Dell’evento parliamo con un personaggio d’eccezione: lo scrittore e giornalista Paolo Rumiz che, oltre ai suoi numerosi viaggi, narrati in poetici quanto puntuali resoconti, da anni prende parte ai progetti di Koretti. «In un tempo, il nostro, in cui le istituzioni sono in crisi e l’idea di Europa sembra lasciarsi morire, esiste il miracolo costituito dall’European Spirit Of Youth Orchestra, formata da giovani scelti personalmente dal direttore e che prende vita ogni anno, anche se per la scarsezza delle risorse non si sa se ogni anno il sogno può realizzarsi. Tempo fa Koretti,che è di Trieste come me, ha messo in vendita il suo violino. Quando l’ho saputo, mi sono commosso a tal punto che ho voluto portare il mio contributo unendomi a questi magnifici ragazzi, quale voce narrante. Nel 2015 siamo partiti». Durante il concerto, gli interventi dello scrittore si alternano a musiche di Sibelius, Rossini, Čajkovskij e Bach.

Rumiz, in cosa consiste il suo intervento?

«Ogni anno lo dedico ad una tema: la Grande Guerra, l’Europa vista dai finestrini dei treni, l’Europa dei cammini e quest’anno l’Europa delle frontiere: Trans Europa Express.»

Che cosa l’ha colpita del progetto di Koretti?

«Indubbiamente la forza di questo direttore che va nelle capitali europee per “pescare” i suoi ragazzi; ammiro il modo di creare questo amalgama, un vero e proprio esperimento sociale, fatto di tante lingue diverse! Eppure fin dalle prime prove, ciascun componente si integra trovandosi con tutti gli altri. C’è anche da dire che Koretti sceglie tra quegli elementi che manifestano le maggiori differenze, realizzando nel profondo una grande combinazione di culture diverse».

Qual è l’arma segreta di Koretti per creare questo amalgama speciale?

«Quello che chiede fin da subito: l’abitudine all’ascolto, facendo esercizi di silenzio. A questo proposito, uno dei simboli di questa realtà è Aleksandra Latinovic,16 anni, ora primo violino dell’orchestra, nata in un paesino serbo e che fino a cinque anni non parlava. Poi, un giorno, vede il fratello suonare quello che sarebbe divenuto il suo strumento, e sussurra: “Voglio imparare anch’io”. E subito si rivela bravissima. Coretti l’ha ascoltata in un’audizione a Belgrado dov’è rimasto colpito dalla perfezione con la quale ha suonato “Nigun” di Ernest Bloch e “Caprice basque” di Pablo de Sarasate. Quello che voglio sottolineare è che lei fino a 5 anni non ha parlato e si è sbloccata con il violino... Aveva scelto il silenzio per concentrarsi sull’ascolto. In questi mesi, per eccesso di lavoro è stata colpita da una tendinite, quindi non suona; ma segue l’orchestra ascoltando! Sono rimasto talmente colpito dalla storia di Aleksandra che le ho dedicato la fiaba “La regina del silenzio” in cui si parla di in un paese dove la musica viene proibita...».

Parliamo del tema scelto per quest’anno: attualissimo.

«Indubbiamente. Parlo di frontiere e della loro magnifica ambiguità. Una buona frontiera costituisce l’antidoto al moltiplicarsi dei muri».

Paolo Rumiz che racconta sulla musica e dentro la musica...

«Mentre succede (quando l’orchestra suona), comprendo sempre più l’inadeguatezza della parola rispetto alla musica. Non so cosa darei per diventare uno strumento anch’io: un fagotto o magari un ottavino». —



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