Notte di San Lorenzo La magia della città vecchia in un viaggio al buio
misteriIo lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché si gran pianto nel concavo cielo sfavilla” La notte pascoliana per eccellenza a Reggio sfuma nel mistero profondo, tra...
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Io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché si gran pianto nel concavo cielo sfavilla”
La notte pascoliana per eccellenza a Reggio sfuma nel mistero profondo, tra Santi, streghe e individui sospetti, in una serata organizzata da Antiche Porte editrice per i reggiani.
Sì, perché da noi operava anche l’Inquisizione, le osterie erano sorvegliate a vista dall’efficiente polizia estense e c’erano le tante, troppe, chiese con monastero in città, che per altro sfornavano religiosi non proprio “cesellati” dallo Spirito Santo...
Ecco quindi la notte di San Lorenzo e delle stelle cadenti, dedicata a questa dimensione mistica che giunge sino a noi dal Passato, come un fantasma attraversando il muro dei secoli e, veleggiando, ci racconta la città.
Caccia a eretici e streghe
Anche da noi operava l’inquisizione. Certo non feroce come quella medievale o implacabile come la spagnola, ma il Sant’Offizio (voluto dal Farnese Paolo III Licet ab initio nel luglio del 1542), anche qui spingeva le sue diramazioni, fin nelle piccole parrocchie rurali come ci dimostra il documento, conservato alla Panizzi.
Scrive l’attento Brunetto Carboni (in Genti del Medioevo reggiano IV, Templari e Inquisizione) “Per avere una prima idea di come fosse considerata l’inquisizione, a Reggio Emilia, si propone anzitutto il punto di vista del presidente del Sacro tribunale dell’Inquisizione operante da noi, dal 1709 al 1710. Padre Ricci, personaggio intimamente pervaso, dei valori dell’Istituzione medesima”.
Il Carboni non solo riporta l’elenco degli inquisitori reggiani, ma anche dei luoghi - dall’Appennino al Po - in cui essi avevano la sede. Di fianco a San Domenico, poi, vi era la “casa madre”, attiva dal 1509 al 1796. In verità per lo più si trattava di donne “strane” o dedite all’erboristeria, individui sospetti, persone che non obbedivano alle regole della Chiesa o del vivere quotidiano, con idee per quei tempi alquanto sovversive.
E poi c’erano le vendette, le faide e i rancori che usavano l’accusa di eresia per soddisfare arcaici odi personali contro rivali, concorrenti o semplici odiosi vicini. E in san Domenico è conservata la prova del primo femminicidio di casa nostra.
Santi
Eccolo il battistero gioiello assoluto reggiano, che nelle notti d’estate mostra tutta la sua magnificenza. Un edificio a metà fra municipio (sede del potere laico) e duomo-vescovado (dove c’era il potere religioso).
La chiesa risale a prima del 1150 e un tempo non era inglobato nella facciata del palazzo del vescovado, ma aggettante nella piazza piccola o platea parva.
Poi le modifiche, le evoluzioni, i cambiamenti di piazza Prampolini, nei secoli, ne hanno mutato i connotati. Resta il cuore, che contiene nel soffitto, a mo’ di lacerti, la storia dell’affresco; dal periodo matildico all’Ottocento. Lo splendido fonte battesimale in marmo rosso di Verona spostato sulla sinistra dal vescovo Arlotti (a cui i delinquenti napoleonici grattarono via gli stemmi comunali) il Cristo del Tiarini “ricomposto” e tante altre curiose notizie che il bravo Fabio Nunnari racconterà ai partecipanti venerdì sera. È curioso pensare che nella volta di destra si conservavano i prosciutti e le pancette.
Osterie e individui sospetti
Il volume Osterie, sospetti e lambruschi (Antiche Porte, pag. 72, €8) ci offre un quadro interessante e un po’ goliardico di questi ambienti nel Reggiano del primo Ottocento: luoghi deputati al semplice svago al divertimento povero, ma anche al sospetto. I giovinastri che li popolavano erano classificati come innetti e osterianti, quasi tutti erano schedati dall’efficiente polizia ducale e guardati con sospetto per le loro idee moderne. Intrighi e truffe erano frequenti, così come spie e delatori ne costituivano frequenti avventori, mischiati fra commercianti esteri, perditempo e lavoranti giornalieri.
Sta di fatto che osterie, bettole, taverne e locali della posta dei cavalli erano parte del vivere quotidiano dei nostri avi e del tessuto urbano antico di Reggio.
I loro nomi, ad esempio: osteria del montone, del cappello rosso, del leone, del cavalletto, dei tre re, oggi sarebbero degni della saga di Harry Potter.
Lo stesso Alessandro Manzoni, nei Promessi Sposi, descrive gli osti come individui di cui è bene non fidarsi troppo. E in effetti bettole, taverne e poste (luoghi dove si cambiavano i cavalli) godono una fama ambigua anche nei secoli successivi al tempo in cui è ambientato il famoso romanzo. —
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