Cosmo si racconta «Dico le parolacce e non voglio più fare il cantautore»
Marco Jacopo Bianchi porta a Reggio Emilia “Cosmotronic”: «Adesso o canto o suono, funziono così. Lo vedrete al live a Festareggio»
REGGIO EMILIA. Ballo, fisicità, voglia di staccarsi da certi retaggi italiani. Festareggio – che inizia oggi alle Fiere di Mancasale con lo spettacolo dei fuochi danzanti – giovedì 30 agosto ospiterà uno dei grandi protagonisti della musica pop di questi anni, Cosmo, nome d’arte del piemontese Marco Jacopo Bianchi. Ex cantante dei Drink to Me, da diversi anni è impegnato in un percorso solista a cavallo fra elettronica da ballo e pop. Nel 2018 ha fatto il pieno di consensi e classifiche con “Cosmotronic”, doppio album diviso fra parti pop cantate e dance strumentali dal respiro decisamente internazionale. A Reggio verrà a presentarlo in compagnia dei due batteristi con cui sta girando l’Italia in un lungo tour.
Cosmotronic è già uno dei dischi dell’anno, con tutte le sue peculiarità e “difficoltà”. Tutto previsto?
«No non me lo aspettavo, ma ci speravo. Con un disco così particolare, con tanti strumentali, non era scontato questo riscontro, ma è arrivato».
Perché la scelta di un disco così massiccio? Non aveva senso staccare?
«L’idea era di non escludere i miei vari lati, ho cercato di coniugarli, renderli compatibili e di ampliare il mio linguaggio. Volevo far capire alle persone che non potevano aspettarsi quel che avrebbero trovato».
Rispetto alla sua vecchia band il salto è alto, no?
«Per me è stato tutto graduale, il passaggio dalla band a Cosmo è stato progressivo».
Non c’è stata la folgorazione secca sulla via di Damasco?
«Ci sono tante piccole folgorazioni che mi hanno portato avanti, non ho detto: “Basta, cambio tutto”».
Però è successo, per molti versi.
«Tutto quello che è arrivato è arrivato un passo dopo l’altro, e credo in maniera abbastanza coerente. Difatti, quando dal vivo faccio alcune cose più ruvide mi sembra di suonare con i Drink to Me».
Di sicuro ora tutto pesa su di lei.
«L’identità è cambiata, da band a persona, è tutto più incentrato su di me, ovviamente. Ma d’altronde avevo l’esigenza di controllare ogni aspetto del processo».
Nel cammino c’è anche un esordio come Cosmo con canzoni di Battiato e Battisti. Tutto torna?
«All’epoca stavo pensando a come presentarmi al pubblico. Volevo far capire che volevo fare pop come Battisti e Battiato, ma moderno».
Vale ancora oggi?
«In maniera minore. Oggi mi sento un produttore di musica elettronica e un cantante pop, l’autorialità è un concetto legato a un vecchio retaggio culturale che ti obbliga poi a sfoggiare grandi contenuti, un messaggio alto e poetico».
E non va bene?
«A volte ho semplicemente voglia di dire parolacce, di fare cose molto basiche, con l’autorialità sei costretto a legarti al testo più che alla musica».
Nel progetto Cosmo la musica domina su tutto. Con il ritmo in primo piano. Anche dal vivo, dove suona con due batteristi. Perché questa scelta?
«Con le tastiere, i musicisti sembrano praticamente immobili, l’impatto visivo è minimo. I batteristi si muovono, sono presenti, li noti bene sul palco, e questo è molto importante per me».
Come mai?
«Ho capito che la dimensione live non è suonare tutto ma suonare le cose azzeccate in modo azzeccato. E comunicare anche visivamente in maniera adeguata. Inoltre col tempo ho capito che quando canto non ho voglia di suonare, e viceversa. Così o suono le mie macchine o canto e basta, o comunque suono pochissimo. Altrimenti non funziona».
Una visione lontana da quella del “classico” concerto, no?
«Nell’Italia del 2018 che ci siano basi e frequenze che vanno autonomamente è ancora uno scandalo, ci sono persone che mi hanno scritto dicendomi che si aspettavano un concerto e non un dj set. Mi ha colpito, a parte che probabilmente non hanno idea di cosa sia un dj set».
Lei però è proprio a metà del guado. È facile farsi capire?
«Il bello è che sempre più gente segue le serate di ballo, per la festa. Io sono un po’ sul confine, ma questo è un modo per andare avanti e vedere che succederà». —
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