La favola di Ilaria Malvezzi che a New York è diventata attrice
«A Reggio facevo la ballerina, nella Mela ho trovato la mia strada: il cinema. Sono anche film maker»
REGGIO EMILIA
Da Reggio a New York. Dal ballo al cinema. Ilaria Malvezzi è nata e cresciuta nella nostra città. E, dopo una carriera di danzatrice in Italia si è trasferita nella Grande Mela ed è diventata attrice e film maker.
Sabato 25 agosto è pronta a tornare in Italia, ad Aosta: all’Oniros Film Festival sarà proiettato il cortometraggio “Unvoiced”, diretto da Jeremiah Kipp, in cui Ilaria recita. È finalista come miglior film sperimentale dell’anno.
Ma andiamo per ordine. Com’è nata l’idea di fare le valigie e partire?
«Nel 2004 danzavo nelle “Operette” di Corrado Abbati e collaboravo con la compagnia di Teatro Fisico “Asphalt” di Loris Petrillo e Loredana Parrella. Avevo 24 anni e sentivo che la mia vita ed esperienza artistica erano confinate tra le pareti di una sala danza, del teatro e dei pub in cui lavoravo come cameriera per potermi mantenere. Mossa da un desiderio di cambiamento, ho lasciato la compagnia di Abbati e sono andata in un’agenzia di viaggi chiedendo un biglietto aereo: c’era un’offerta per New York, partenza dopo due settimane. Senza pensarci due volte, l’ho prenotato e ho lasciato l’Italia».
Dalla danza al cinema, come mai questo passaggio?
«La vita dell’emigrata, per quanto interessante ed eccitante, per anni mi ha portata lontano dalla mia arte. Ho dovuto studiare inglese, lavorare nei ristoranti, trovare sistemazione, fare richieste per i miei visti ed integrarmi in una nuova realtà. Una volta raggiunta la stabilità che cercavo (e dopo avere avuto due gemelli meravigliosi), ho ripreso a danzare. Ma mi mi sono accorta che la danza non mi dava più le emozioni che provavo prima. A quei tempi lavoravo con Annie, attrice teatrale di grande talento. Le ho detto quanto mi mancasse il teatro, il palcoscenico e fare spettacolo ma che non riuscivo più a connettermi con la danza. Mi ha portata alla mia prima lezione di teatro (Thomas G Waites Actors Studio) e così è iniziata la mia storia d’amore con la recitazione. È bastata quell’esperienza sul set per capire quanto avrei voluto dedicarmi al cinema».
Quindi oggi scrive, produce corti e recita.
«Amo fare audizioni e recitare ruoli scritti da altri, però non troverò mai ruoli così perfetti per me come quelli che posso scrivere io. Abbiamo tutti storie da raccontare o fantasie, e quando le concepiamo, le pensiamo già in forma di film nella nostra mente (“ci facciamo i film”, si dice infatti). Per ora tutti i miei lavori sono stati distribuiti negli States o lanciati sul web. Spero presto di apparire sugli schermi di Netflix e magari nei cinema italiani».
Veniamo alle ultime cose: ha scritto e prodotto due corti, “Open” e “Unvoiced”, nei quali recita. In particolare “Unvoiced” sta andando molto bene ai festival. Che storia racconta?
«“Unvoiced”, diretto dal mio più stretto collaboratore Jeremiah Kipp, è un film drammatico sperimentale. Abbiamo rischiato tanto, sia dal punto di vista del testo, della regia, che della fotografia. Invece ci sta portando tanti riconoscimenti e soddisfazioni inaspettati. Recito la parte di Edera, un donna che soffre di schizofrenia. Il suo mondo è alterato da una percezione distorta della realtà. L’unico appiglio alla verità è il suo amore per Chris, questa figura misteriosa ed importante. È una storia di amore, tradimento e coraggio».
Ed è finalista come film sperimentale dell’anno ad Aosta.
«Sì, sono felicissima che la mia voce sia stata ascoltata, recepita e capita anche nel mio Paese. Non potrò di certo mancare all’appuntamento di sabato all’Oniros Film Festival. È uno dei festival più prestigiosi italiani nella piattaforma dei film festival internazionali».
Ma i riconoscimenti non finiscono qui.
«Sempre con “Unvoiced” abbiamo vinto “Best Story” al Sicily International Film Festival, “Best Horror” al The Brightside Tavern Film Festival in New Jersey, e “Best Experimental” al Global Film Award di Los Angeles. Siamo stati selezionati in Austria al Steel City Underground Festival, in Palm Springs al Queen Palm Film Festival e nelle Catskills al Catskills Film Festival nello Stato di New York. Sono stata nominata “Best Actress” e “Best Drama” anche all’ICP Entertainment Short Film Series Festival. La cerimonia si terrà l’8 novembre al Lincoln Center in New York. Veramente non me lo aspettavo».
Progetti futuri?
«Sto scrivendo il mio terzo corto. Il mio secondo film “Open” diretto da DT Sheridan inizieremo a mandarlo ai festival a settembre. Inoltre ho iniziato a lavorare come corrispondente televisiva per il Podcast show “No Rest for The Weekend” di Jason Godbay con il quale stiamo coprendo la press per i festival di New York. Sono anche coinvolta nella produzione di lungometraggi e stiamo cercando finanziamenti per due film con attori conosciuti scritturati».
E se dico Reggio Emilia...
«È una città che ho sempre amato tanto e a cui devo tanto. Sabrina Di Lecce, moglie di Giuseppe Calanni, di Aterballetto, è stata la mia maestra per eccellenza e ha scommesso molto su me. All’Ater ho conosciuto Loredana Parrella che ha influenzato profondamente il mio percorso introducendomi al Teatro Fisico. E con le Operette di Abbati ho danzato al Valli, un onore immenso, visto che la mia passione per il teatro è nata proprio lì, quando mio padre mi portava da bambina a vedere l’opera». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
