«Viviamo nei nuovi anni Sessanta ci sono concerti esauriti ovunque»
Gli Zen Circus si preparano a portare il loro rock alle Fiere di Reggio e spiegano «Noi veniamo dalla strada, senza live non esistiamo: così non ci fermiamo mai»
REGGIO EMILIA
Sempre in giro, sempre sul palco. Quasi nessuno oggi in Italia può competere con gli Zen Circus come band da concerto. Il gruppo pisano unisce a dischi sempre più seguiti una costante e inarrestabile attività live, che li porterà il 1° settembre anche a Festareggio per presentare l’ultimo album “Il fuoco in una stanza”.
Sono ormai una presenza fissa sui palchi reggiani, anche perché capaci di attirare pubblico intergenerazionale come pochi. E a suonare davanti alla gente si trovano bene, conferma il bassista Ufo, nome d’arte di Massimiliano Schiavelli: «Il live è parte fondante del nostro lavoro da sempre».
È così da esordi letteralmente in strada, no?
«Ci abbiamo lavorato per tanto tempo e ora dobbiamo dire grazie alle esperienze passate».
Mai cambiati?
«Io sono entrato nel 2000 e allora gli Zen Circus erano un gruppo di busker che voleva fare rock e suonare per strada».
Non proprio la carriera standard.
«Però ci ha permesso di trovarci in una posizione particolare e privilegiata».
Perché?
«Il nostro pubblico ce lo siamo costruito fermandolo per strada, come un venditore del Folletto o un testimone di Geova».
Però. Paragoni impegnativi, per certi versi.
«La nostra scelta è quella di suonare sempre. È stato un momento formativo importantissimo, ci ha portato a identificarci nel live».
Addirittura?
«Noi nasciamo come pubblico, come appassionati di concerti. Ora il live è diventato gli Zen Circus, e gli Zen Circus sono diventati il live».
Il concerto conta più degli album?
«I dischi fotografano un momento preciso di un gruppo, sono una polaroid che ferma un attimo, ma il nostro valore aggiunto è il movimento».
Anche i vostri brani rispettano questa legge?
«L’ossatura delle canzoni è pensata per il concerto, certo, i brani devono avere una forma intelligibile dal vivo».
Ora siete in quattro, con la seconda chitarra di Francesco Pellegrini. Quanto incide?
«Con lui sul palco possiamo fare cose più corrispondenti al disco, quando era da solo cantante e chitarrista Appino diventava pazzo».
Per un trio insieme da decenni, è dura inserire un nuovo elemento?
«Non era scontato, siamo stati fortunati, anche se a dire il vero Pellegrini e Francesco Motta erano già del nostro giro. Poi Motta ha smesso di obbedirci e si è messo per conto suo», sorride.
Quello che non cambia è il vostro girovagare. Non siete mai stanchi?
«Eccome. Suonare sempre è stremante, facciamo uno spettacolo di due ore che richiede tanto impegno. Nessuno ci regala niente e nessuno lo ha mai fatto, ma siamo contenti così».
Senza concerti continuerebbe a fare musica?
«Ce la farei a suonare meno ma non a smettere di suonare. Non mi vedo come musicista di studio, lo studio non è bell’ambiente, è noioso. Chiaramente ho molti interessi fuori dalla band, che servono anche per sfogarsi».
Ce n’è bisogno?
«Sì, nella dimensione della band ci sono anche tanti momenti fermi: l’inazione, l’attesa, i viaggi in furgone che mi provocano un mal di schiena indescrivibile».
Siete reduci da un’impresa, due dischi seguiti da due tour senza soste, in pratica. Come siete sopravvissuti?
«È stato un grosso azzardo, in un momento in cui tantissime cose cambiavano nella musica italiana, ma ha funzionato. Ci ha dato soddisfazioni e ora ci mettono fra le novità della musica italiana, questo ci lusinga».
Un’eccezione, in un momento in cui le band storiche fanno pochissimi dischi e pochissimi tour.
«Questo è vero ma allo stesso tempo vedo un movimento opposto che fa molto anni ’60, vedo tanti artisti che suonano dal vivo anche con un solo brano pubblicato».
Come coi 45 giri?
«Cambia il formato ma è come negli anni ’60, ci sono artisti che con due o tre singoli partono in tour senza aspettare nessuno. E chi diventa famoso continua a lavorare con gli amici. Lo trovo bello».
Nessuna visione cupa del mondo musicale?
«Oggi vedo una cosa bellissima, ci sono concerti esauriti ovunque. Io me lo sognavo: negli anni ’90 ai concerti ci andavano quattro scemi e gli altri in discoteca».
Voglia di live o è moda?
«Non lo so, ma adesso in Italia tutte le sere c’è uno spettacolo esaurito». —
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