«Racconto la Bassa che non c’è più Chi non l’ha vissuta... deve sapere»
Stasera in Piazza Grande arriva Vito: «Un tempo c’erano i narratori e anche il cibo era condivisione»
REGGIO EMILIA
Una grande pianura un metro sotto al mare che unisce un’intera regione. È la Pianura Padana, grande filo rosso emiliano-romagnolo al centro dello spettacolo di Vito in programma stasera a Festareggio. Vito, comico, attore e gourmet bolognese, volto noto di televisione e cinema, canterà le gesta di quella che definisce la prateria della Bassa, che dal mare va alle montagne.
E unisce un’intera regione, no?
«La Bassa fa parte della nostra cultura, viviamo in una pianura un metro sotto al livello del mare, vorrà dire qualcosa o no?».
Come la racconta, questa Bassa?
«Abbiamo una grande tradizione in questo senso. Guareschi, Zavattini, Ligabue il pittore. Io racconto delle storie, ormai si è perso l’uso di raccontare e di ascoltare, voglio dare un ritratto di come eravamo senza nostalgia e senza alcun rimpianto».
Una foto?
«È come guardare con un binocolo una situazione e farla conoscere a chi non sa come funzionavano le cose.
Come andavano?
«Le vite scorrevano attorno ai bar, i bar erano il centro della vita sociale, non si stava attaccati a un tablet da mattina a sera».
I bar, grandi livellatori sociali.
«Ogni borgo aveva il suo bar con le sue storie, le balle, i racconti assurdi che facevano parte del gioco».
Oggi sembra una cartolina, o quasi?
«È un mondo che rimane nell’immaginario ma che un ragazzo nato oggi nella bassa non può conoscere. È un mondo che non esiste più».
È un problema?
«La vita è andata avanti, non è necessariamente negativo, è importante far conoscere cosa significasse quel mondo a chi purtroppo non lo ha vissuto».
Cosa si è perso?
«Le domeniche lunghissime spese al bar in piazza, non era facile anche non fare niente quando c’era troppo caldo anche per prendere un bicchiere di spuma al centro. Però si parlava».
A volte si esagerava pure.
«Certo, arrivava quello che diceva di essere stato a caccia in Jugoslavia. Tu sapevi che non era vero, aveva preso un fagiano dal macellaio a fianco, ma lo stavi a sentire. C’erano grandi raccontatori di storie, grandi affabulatori».
Categoria oggi sparita?
«Oggi non c’è più nessuno che narra. Una volta era normale, c’erano i cantastorie che venivano al mercato, raccontavano la cronaca, oggi sei connesso 24 ore al giorno».
La gastronomia era altro grande trait d’union. Ed è un’altra sua passione, no?
«Anche il cibo era condivisione. Nei bar si mangiava insieme quello che offriva la piazza, quello che rimaneva. Anche questo è cambiato».
Adesso si discute del duello fra la Gabanelli e i grandi chef. Lei si schiera?
«La Gabanelli è caduta nella banalità più assoluta e retorica. Non c’è argomento di discussione. Forse non sa cosa vuol dire fare un piatto, crearlo. E se non si capisce questo, mi vengono dei dubbi».
Non ha gradito, eh?
«Sono discorsi del passato. In un ristorante da 300 euro puoi non andarci ma non ti permettere di criticare se non hai le basi. Puoi dire che il cibo ti è piaciuto o meno, che hai speso troppo, ma non criticare quella cucina. Così è popolarismo da quattro soldi».
Un segno dei tempi?
«Anche la cucina ha avuto un’evoluzione. Per parlare di emiliani: Bottura è partito dai tortellini e dallo zampone. Poi la cucina va avanti, c’è un’evoluzione, lui si permette di fare certe cose perché ha una sua storia alle spalle».
Anche la cucina divide e unisce, nella Bassa. Se a Reggio dice “tortellini” le sparano. E guai a non dire “il” gnocco.
«È meraviglioso litigare per questo, almeno non litighiamo per il colore della pelle, ma per quello che conosciamo e amiamo».
Un modo per conservare le tradizioni?
«Sono tradizioni da tenere, usanze che portavano avanti le radici del popolo. Permettono di riconoscersi e di riconoscere il territorio, sono queste le cose che mantengono un’identità. Oggi tutti vogliono fare i cuochi e fare gli chef».
Non va bene?
«Mi uso da esempio. Ero in Sicilia per uno spettacolo di teatro, in un bel ristorantino mi portano un buonissimo piatto di spaghetti alle vongole. Peccato che fosse decorato con l’aceto balsamico».
Tipico piatto siciliano...
«Hanno visto in tv che si usa, mi hanno riconosciuto, sanno che sono emiliano e hanno voluto fare bella figura».
A proposito di cibo e cambiamenti. Lei sarà a Festareggio. Anche le feste dell’Unità sono cambiate, nel cibo e non solo. Cosa si è lasciato per strada?
«Il mondo è cambiato anche a livello gastronomico, adesso l’autenticità si trova nelle feste piccoline. A San Giovanni in Persiceto si deve andare alla festa di Borgata Città: ci sono sei case attorno a una piazza tonda con un bar col cartello “I morti non si piangono, si vendicano”. Ecco lì trovi ancora la cucina autentica».
I grandi eventi sono altro, oggi?
«Le grandi feste sono grandi feste, si è perso lo spirito, e, finita la generazione di mio papà, sarà finito tutto. E mio padre, a 83 anni, in questi giorni è a Bologna a lavorare alla Festa dell’Unità, per dire». —
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