Gazzetta di Reggio

Musica per resistere alla violenza con il pianista Aeham Ahmad

Adriano Arati
Musica per resistere alla violenza con il pianista Aeham Ahmad

Suonando sulle macerie di Yarmouk, in Siria, è diventato il simbolo dell’opposizione all’Isis

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REGGIO EMILIA

La musica per resistere, per essere più forte, e per far pensare alla pace. In un mondo dove ogni giorno passano miliardi di immagini, una delle foto più emozionanti di questi anni è quella del pianista di Yarmouk: quel ragazzo mingherlino che suona il suo pianoforte fra le macerie generate dalle bombe della guerra in Siria.

Si chiama Aeham Ahmad, è diventato un’icona internazionale e domenica 2 settembre sarà a Festareggio per un concerto benefico per “Reggio for Syria”, uno dei momenti più attesi dell’intera manifestazione.

Non senza motivi. La storia di Ahmad sembra davvero un romanzo dei tempi belli. Oggi 30enne, è nato e cresciuto a Yarmouk, un sobborgo di Damasco popolato prevalentemente da palestinesi. Una delle aree conquistate a metà del decennio da quello che in Europa chiamiamo Isis, l’esercito dello stato integralista islamico. Yarmouk è stata devastata, al centro di battaglie e violenze. Ahmad, pianista classico e insegnante, si è trovato in questo caos ed assieme ad altri amici ha iniziato a suonare e a cantare fra i detriti per la sua popolazione. Alla fine è rimasto solo, gli altri compagni uccisi, fuggiti o catturati. Ha continuato sino al 2015, quando il rischio è diventato insostenibile. I miliziani dell’Isis hanno incendiato quel pianoforte ormai troppo celebre, un bambino è stato ucciso mentre ascoltava il canto.

Come milioni di siriani, in quell’anno è fuggito verso l’Europa, dopo un viaggio periglioso è arrivato in Germania, dove oggi vive a Wiesbaden. E convive con i problemi di adattamento a lingue e mondi diversi. Nel frattempo, i video del pianista solitario avevano fatto il giro del mondo, e Ahmad si è ritrovato ad essere una stella quasi senza volerlo. E di sicuro senza desiderarlo. Oggi scrive e suona in mezzo pianeta, con la speranza di tornare nella sua Yarmouk. E di insegnare musica ai bambini.

«Ho studiato piano classico, ero un insegnante, prima della guerra suonavo tutti i giorni. E credo di essere un buon pianista e un buon maestro», racconta il 30enne musicista.

Fino a quando ha potuto esserlo?

«Fino a quando la guerra ha distrutto tutto. Cosa potevo fare? Mi è venuta l’idea di creare musica con bimbi nelle strade, alle persone è piaciuto e mi hanno spinto a continuare, a creare nuova musica».

È stata la spinta degli altri a farla decidere?

«Sì, non ho deciso io da solo, abbiamo deciso insieme. Io non cantavo da solo, c’era un gruppo, abbiamo iniziato insieme».

E poi?

«Poi ci sono state le bombe, la rabbia, i morti, e io mi sono ritrovato a suonare da solo nelle strade, ma non è nata così, io ero con altre persone».

Ci tiene molto a questo.

«Abbiamo deciso insieme di suonare nelle strade, di mettere quel piano fra le macerie, non è giusto dire che ho fatto queste cose da solo».

Perché suonava? Voleva la pace?

«Suonare per la pace? Magari questa è un’idea che c’è in Europa, quella di suonare per l’integrazione e la pace».

In Siria invece?

«In Siria io suono il piano per la mia gente, perché sia più forte, per resistere, ma non per la pace».

L’impressione generale è diversa. Lo sa?

«Capisco che vedere i miei video dall’Europa può dare questa sensazione, questa idea di pace. Ma noi eravamo a Yarmouk. E lì si continua a morire. Io canto perché noi dobbiamo essere forti».

Nel frattempo è arrivato il successo.

«Le canzoni sono piaciute, noi cantavano della fame, dell’acqua che manca da 5 anni, di distruzione, di morte».

La musica può fare tanto, ma può cambiare un quadro simile?

«La musica può cambiare interiormente le persone ma non può cambiare quello che è successo. Non farà cessare le bombe».

Ma serve a qualcosa, a questo punto?

«Può smuovere le persone, chi vede i video può decidere di aiutarci concretamente con libri, cibo. Cinque chili di riso sono preziosi a Yarmouk».

Lei canta per questo?

«Mi dicono che quello che facevo era pericoloso, la mia famiglia era preoccupata ma mi sosteneva allo stesso tempo. Ci sono persone che mi sostengono anche se non apprezzano la mia musica».

Come?

«Quando lo stomaco è vuoto la mente non lavora. E loro vogliono ancora pensare».

Si affidano alla musica?

«La musica può sostenere la solidarietà. E se tutti siamo insieme possiamo forse cambiare qualcosa. Intanto può ricordarci che c’è chi sta male, in Africa, in Siria, ovunque».

Lei ora è lontano da questo dolore?

«A casa mia si continua a morire, io non avevo mai pensato di suonare in Europa, in Giappone. È un privilegio, ma è difficile pensare solo a me. Io posso girare ovunque e i miei cari sono ancora là, e soffrono».

Allora perché continuare?

«È importante il messaggio che porto in giro. Voglio far capire cosa è successo e che i problemi non sono terminati».

Fino a quanto dovrà farlo?

«Non so cosa succederà a breve, penso che la situazione in Siria sia ancora molto triste. Però una cosa la so».

Quale?

«Io non vorrei girare il mondo, io vorrei farei tutti i giorni il cammino dalla mia casa al mio lavoro. Insegnare musica, stare con mia moglie e i miei parenti». —





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