E Rava disse a Bollani «Lascia i cantanti e suona con me il tuo destino è il jazz»
Dal primo fortuito incontro nel ’96 è nata un’amicizia indissolubile fatta di improvvisati dialoghi in musica
REGGIO EMILIA
Un primo nome, Enrico Rava, per raccontare dell’artista attorno al quale ruota dagli anni ’70 la storia del jazz in Italia. Un secondo nome, Stefano Bollani per mostrare un musicista di rara versatilità, sempre ispirato, passionale, travolgente. E il loro duo, dove la consistente differenza anagrafica viene polverizzata in nome di un modo totalizzante di sentire la musica.
Sono loro con i loro strumenti, tromba e pianoforte, ad inaugurare Festival Aperto 2018 domani al teatro Valli (ore 20.30) in un concerto che promette meraviglie. Un atteso ritorno per i due musicisti che ogni tanto, impegni personali permettendo, si trovano a duettare con grande delizia del pubblico.
Per Bollani, inoltre, costituisce l’occasione di ricordare l’inizio della sua carriera jazzistica in quanto cominciò proprio da un provvidenziale incontro con Rava. «Quando ho suonato per la prima volta insieme a Stefano, lui era molto giovane e sconosciuto – spiega il trombettista –. È successo a Prato dove mi avevano invitato per un concerto in trio con batteria e pianoforte. Appena ho sentito Stefano ho commentato: “Questo pianista è quello che ci vuole”. Ma all’epoca lui lavorava con i cantanti, in particolare con Raf e Giovanotti; comunque l’ho chiamato per un concerto che dovevo tenere a Parigi e ricordo di avergli detto chiaramente: “Ti conviene fare il jazzista non l’impiegato dei cantanti!”. Lui ci ha pensato un po’, ma dopo ha accettato. Da allora in duo, trio o quartetto, prima in Italia e poi in tournée che comprendevano Giappone o il Sudamerica, abbiamo suonato svariate volte insieme. Ultimamente ci vediamo alcune volte l’anno; di recente abbiamo suonato in Romania e in Germania; questo di Reggio è il primo dopo molto tempo e naturalmente sono molto felice».
Stefano Bollani cosa racconta di quel concerto?
«Era il ’96. Quand’ero piccolo, per me Rava era un mito assoluto e durante quel concerto mi sono accorto che ascoltava attentamente, in quanto le sue improvvisazioni partivano dalla frase che avevo lasciato io. Con la tromba commentava me, e così, mentre suonavo, contemporaneamente mi stupivo di riuscire ad intuire il suo mondo musicale. Nei successivi concerti è stato sempre così. È come una sorta di innamoramento continuo».
Quindi, Enrico Rava, è stato lei ad accorgersi del talento di Bollani...
«Sì ma se non lo avessi scoperto io lo avrebbe fatto qualcun altro. Diciamo che io gli ho risparmiato la gavetta. Bollani non è solo un bravissimo pianista, ma un talento unico di cui tutti si sarebbero accorti».
Essendoci questa conoscenza “datata”, il feeling tra voi non può che essere profondo.
«Nonostante la differenza di trent’anni – risponde Enrico Rava – siamo anche amici: quando ci sentiamo è come se non fosse passato un giorno di lontananza. Ci piace leggere, passare del tempo insieme e abbiamo lo stesso senso dell’umorismo». E Stefano Bollani: «A me che piace fare un sacco di cose, ma il duo con Rava resta la più divertente, per il fitto dialogo che riusciamo sempre ad instaurare. E poi di lui mi fido ciecamente perché è sia musicista che poeta e quando suoniamo ci coglie una gioia semplice».
Cosa suonerete domani sera al Valli?
«Non lo so – risponde subito Rava – Senz’altro uno di noi comincerà e l’altro gli andrà dietro. Saremo come due persone che si mettono a parlare in modo naturale e con l’intenzione di divertirsi. Finiremo per sorprenderci noi stessi». «Non ci siamo parlati – aggiunge Bollani – e poi noi non facciamo molte prove… Attingeremo dallo “standard”, poi suoneremo dei pezzi di Enrico e degli altri miei; pescheremo sul momento stabilendo la sequenza per avere dei pretesti per dialogare ed improvvisare».
Enrico Rava, gli inizi della sua esemplare carriera sono in un certo senso avvolti dalla leggenda...
«Ho avuto il coraggio di andarmene a 22 anni fuori dall’Italia per andare a suonare i in Sudamerica con Gato Barbieri e Steve Lacy; in seguito, trasferitomi a New York dove ho abitato per dieci anni (fino al ’78), mi si sono aperte tutte le porte. Intanto in Italia ai vari Festival dell’Unità era scoppiata la mania del jazz e un ruolo determinante lo svolse l’Umbria Jazz, per il quale un anno suonai a Terni davanti a 60 mila persone».
Come iniziò?
«Dopo aver ascoltato uno strepitoso concerto di Miles Davis a Torino. Avevo 17 anni, è stata una folgorazione. Era il 1956 e io avevo già tutti i suoi dischi, ma averlo ascoltato dal vivo è stata un’altra cosa».
Da qui la decisione di suonare la tromba?
«Sì, uno strumento ostico, duro e difficile da suonare; richiede molta dedizione e uno studio di almeno un paio d’ore al giorno. Sempre. Spesso ho pensato di passare al sax, ma poi mi sono detto: questo strumento mi piace proprio perché sono costretto continuamente a stare sul pezzo!».
Stefano Bollani invece a cosa si sta dedicando in questo periodo?
«Per la casa discografica che ho appena fondato ho inciso il disco di musica brasiliana “Que Bom”, un ritorno ad uno dei miei amori (tra l’altro in uno dei brani prende parte Caetano Veloso). Quindi porterò in diverse città il mio “Concerto azzurro” per pianoforte e orchestra con la direzione di Kristjan Jarvi».
Che tipo di musica è?
«Per me non esistono i generi: la suddivisione serve a noi quando dobbiamo dire dell’impostazione rock o di ritmi rag…ma non amo le classificazioni, non le trovo congrue. Diciamo che la forma è classica ma il piano ha la sua libertà e naturalmente improvvisa. È un inno all’espressione secondo il significato del colore azzurro legato al quinto chakra».
Un sogno ancora irrealizzato?
«Non ho mai scritto la colonna sonora di un film, non mi è mai capitato. Capisco che è un mondo a sé e io sarei come un esterno... ma mi piacerebbe molto». —
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