T.urban, quando la moda impara dagli altri e abbatte le barriere
Il progetto è di Taryn Ferrentino che ha lasciato l’architettura per creare capi e accessori “nomadi”
REGGIO EMILIA. Nell’estate delle cavigliere di conchiglie, delle borse di paglia, delle fasce colorate fra i capelli, hanno spiccato le bellissime proposte di Taryn Ferrentino, architetto di origine campana, che nel 2017 si è trasferita a Reggio e si è dedicata a una linea moda tutta sua, T.urban. E per la collezione estate 2018 ha scelto come modelle d’eccezione le donne reggiane over 40.
Andiamo per ordine. Quando è nato T.urban?
«Lo scorso inverno usavo una fascia indossata come un turbante e molte donne mi domandavano dove lo avessi acquistato. Ho risposto che si trattava di una mia produzione, e da quel momento ho iniziato a lavorare al progetto che è poi diventato il marchio “T.urban”. In fondo proseguo il mio mestiere, le regole della progettazione non cambiano: nella moda come nell’architettura conta il dettaglio».
In particolare propone accessori e i turbanti rappresentano l’oggetto principale della collezione. A cosa si ispira quando li realizza?
«Il turbante è stato il capo che ha dato inizio all’idea di strutturare una piccola collezione di accessori, di qui anche il nome del marchio che è un gioco di parole: letto all’inglese può essere turban (turbante) o diventare the urban. Volevo che fosse evidente il riferimento alla città, sia perché dopo dieci anni di vita in un contesto rurale recuperavo la mia origine urbana (sono nata e cresciuta a Napoli), sia perché mantenevo una relazione con la mia professione. Per ogni turbante il modello è lo stesso ma cambiano i tessuti e le fantasie».
Nelle sue collezioni ci sono capi particolari, come la rielaborazione del copricapo mongolo. Che caratteristiche hanno?
«Alcuni progetti traggono spunto da capi provenienti da altre culture, cui vengono sottratti gli elementi etnici per arrivare a uno stile contemporaneo e globale. L’idea è quella di una “moda nomade” che attraversi stili e tradizioni differenti. Mi ispiro alla cultura dei popoli nomadi anche perché i miei capi sono spesso trasformabili, adattabili a più usi e tipi di abbigliamento. Il Gengis Cap, rielaborazione del copricapo mongolo, è un enorme cappuccio per il quale utilizzo tessuti raffinati come velluti damascati e jacquard oltre a colorata eco-pelliccia. Mi attraeva l’idea di creare un capo che normalmente troviamo nell’abbigliamento sportivo in versione elegante».
Sono tutti pezzi unici. Che tessuti utilizza?
«Amo molto jacquard, broccato, tweed e tutte le trame grosse fino alle stuoie in corda e ai tappeti che adopero per le mie borse, ma impiego tanti tessuti diversi cercando di non ripetermi negli accostamenti. Mi piace l’idea di poter utilizzare un tessuto in modo non usuale come un tweed per un turbante o un broccato per un cappuccio».
Fa anche orecchini molto particolari e colorati.
«Per la collezione estate 2018 ho introdotto qualche ornamento o “gioia tessile”, come chiamo queste creazioni. Con un solo elemento si può trasformare completamente la percezione di un abito. Le donne che indossano i miei orecchini si sentono vestite da essi».
Sempre all’insegna dell’originalità anche la scelta di far indossare la collezione a donne comuni reggiane e non modelle. Come mai?
«L’idea l’ha avuta la mia fotografa, Veronica Barbato, e mi ha trovato d’accordo. Abbiamo fatto un appello alle donne dai 40 in su perché volevamo provare i miei capi su chiunque si prestasse al gioco. Devo ammettere che la più affascinante è risultata la nostra modella più adulta con i suoi 82 anni. Ringrazio tutte». —
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