Gazzetta di Reggio

«In Aterballetto c’è sempre stata una omogeneità di creazioni. Oggi invece produciamo a 360 gradi»

Giulia Bassi
«In Aterballetto c’è sempre stata una omogeneità di creazioni. Oggi invece produciamo a 360 gradi»

Reggio Emilia: Gigi Cristoforetti, direttore generale della Fondazione Nazionale della Danza, tra bilanci e progetti

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REGGIO EMILIA. In questi giorni che segnano il debutto di Aterballetto in “Bach project” a Mito Settembre Musica di Torino e Milano, Gigi Cristoforetti ad un anno dall’arrivo di alla direzione generale della Fondazione Nazionale della Danza fa un bilancio del lavoro svolto in questi mesi basato, per quanto riguarda la concezione e la programmazione degli spettacoli, su una concreta modalità progettuale che prende in considerazione la relazione diretta con i partner.

«In Aterballetto c’è sempre stata una sostanziale omogeneità fatta di spettacoli creati per la stessa fascia di mercato e di pubblico – spiega Cristoforetti –. Ora possiamo dire di essere un centro di produzione, l’unico che si pone il tema di affrontare la danza da prospettive artistiche diverse che può andare al Piccolo Teatro di Milano, ma anche nel teatro piccolo di provincia, o a Capri su un palcoscenico a picco sul mare. In questa nuova direzione ho impresso un’accelerazione fortissima, e ringrazio i miei collaboratori che mi hanno seguito con entusiasmo su una strada impegnativa».

Una virata veloce per essere subito operativi…

«Uno dei frutti è “Tempesta” da Shakespeare che ha debuttato a giugno e che prossimamente viene programmata nelle stagioni teatrali nei cartelloni di prosa. In questo senso abbiamo “Tango glaciale” di Mario Martone, con il quale saremo due volte a Roma e una a Milano (a Reggio in dicembre, come ponte ideale tra Aperto e la stagione teatrale). E naturalmente “In/Finito”, la nostra invenzione di una relazione profonda tra danza e fotografia, realizzato con Palazzo Magnani e poi i nostri esperimenti produttivi con piccole creazioni di Tortelli, di Longo e dei nostri danzatori. Un panorama che nel giro di pochi mesi è diventato a 360 gradi».

Che sviluppo ha avuto la dimensione artistica della compagnia?

«La collaborazione tra Sveva Berti, coordinatrice artistica, e il sottoscritto permette a ciascuno di sviluppare i propri obiettivi. La relazione con i coreografi e il lavoro in sala, rimane nella sfera di Sveva; le scelte strategiche, l’impostazione dei contenuti e delle relazioni rientra nel contributo che posso portare io, per una Fondazione aperta sul territorio in Italia e in Europa. È in atto quindi uno sviluppo del nostro potenziale artistico, portato avanti sia con i maestri ospiti, sia con il tutoraggio di Roberta Mosca, sia con le scelte di repertorio diversificate».

E le coproduzioni?

«La strada maestra per cominciare a strutturare meglio relazioni che portino a visibilità e a tournée, è proprio la coproduzione che significa chiedere risorse aggiuntive per un determinato spettacolo rispetto al cachet, garantirsi date di rappresentazione per lo spettacolo stesso (in anticipo sul debutto), porre in atto collaborazioni pluriennali (come quelle nate con Bruxelles, Leverkusen, Chambèry, Ravenna, Milano). Ma anche offrire in cambio la condivisione del processo di scelta: è questa la una novità, per Aterballetto. Ad esempio i nostri coproduttori erano già due (Teatro Stabile del Veneto e Centro Teatrale Bresciano), italiani, per “Tempesta”, sono cinque per “Bach project” dei quali uno europeo: Teatro Nazionale di Torino, Mito Settembre Musica, Torinodanza, MilanOltre e Halles de Schaerbeek. La creazione 2019 avrà tre coproduttori europei di tre differenti nazioni».

Come è andato il debutto di “Bach project”?

«È stato un bel successo. Basti sapere che Kylián, a proposito di questa versione del suo celebre “Sarabande” mi ha detto “Beautiful boys: never better!”. Inoltre trovo soddisfacente il risultato di “Domus Aurea”, del trentenne Diego Tortelli, dopo un anno di lavoro comune. Un immaginario fluido e affascinante, in continua trasformazione. Siamo andati a Torino, allo splendido Teatro Carignano, e all’Elfo Puccini di Milano. Ora aspettiamo di presentare la serata a Reggio il 19 ottobre».

Le relazioni sul territorio?

«Il sindaco Luca Vecchi e la giunta hanno spinto affinché un panorama culturale introverso e concentrato sulle singole discipline si potesse trasformare. Con Paolo Cantù dei Teatri e Marco Fiorini del Peri vorrei perseguire un’integrazione delle progettualità. Per la città sono due le sfide più importanti e che avranno una risonanza assai vasta. La prima è il lavoro con Palazzo Magnani rivolto verso lo scambio con San Pietroburgo. La seconda è l’appassionante processo di ricerca con Reggio Children. Sul piano regionale, stiamo lavorando bene: emblematica la collaborazione con i teatri di Forlì e Faenza». —




 

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