Di errore in errore con Ermanno Cavazzoni, che non parteciperà mai più al Campiello
“La galassia dei dementi”, tra i cinque finalisti, è arrivato quarto. Lo scrittore: «Ho sbagliato ad andare, è stato umiliante: la letteratura non è la Formula Uno»
REGGIO EMILIA. Tra i cinque finalisti del Premio Campiello 2018, “La galassia dei dementi” si è classificato al quarto posto.
Avremmo forse iniziato così, gioendo del risultato ottenuto dallo scrittore reggiano, ma parlare di classifiche e risultati, per Ermanno Cavazzoni, è umiliante. «Non parteciperò mai più a premi fatti a gara, me lo ero già giurato anni fa – commenta – ma ci sono ricascato. Le opere letterarie non sono come una gara di Formula Uno, dove c’è un cronometro e bisogna arrivare primi. Non si possono paragonare i libri e dire quale è venuto meglio, ognuno ha il suo pubblico. E peggio di tutti sono le giurie popolari. Lo direi anche se avessi vinto, sa? La giuria popolare sarebbe il gusto della maggioranza, e quindi, con il suo giudizio, decreta qual è il libro che vende di più. Ma prendiamo una Fiat 500 e una Ferrari: la prima vende sicuramente di più della seconda, ma il fatto che più persone comprino la Fiat non dice nulla sulle caratteristiche delle due macchine».
Lasciamo stare le gare, allora, e parliamo del suo libro. Un romanzo imponente, rappresentazione ironica e surreale dell’umanità dopo la catastrofe. Com’è nato?
«“La galassia dei dementi” è un libro di fantascienza. Ho sempre desiderato misurarmi con questo genere, ma non lo avevo mai fatto. È uscito un libro comico, una sorta di parodia della fantascienza più regolamentare. La scrittura è durata anni: l’ho iniziato, lasciato, ripreso... ma era bello sapere che era a casa ad aspettarmi».
Ecco, qual è il suo rapporto con la scrittura? Scrive sempre? Ha un luogo prediletto in cui farlo? Un metodo?
«Scrivo quando ho voglia, quando ho qualche idea. Ma scrivo direttamente, non faccio scalette o progetti, che anzi sono controproducenti secondo me. Ci sono libri fatti di racconti, altri di più pezzi aggiunti gli uni agli altri, con tanti inizi e tante fini. Il romanzo di narrazione è qualcosa di continuo, da cui si corre sempre, è come essere fidanzati. Scrivere un libro a pezzetti, invece, è come avere tante amanti: si consuma, e poi tutto finisce lì. Anche così è bello, non si può dire di no, ma non è il caso di questo libro».
“La galassia dei dementi” ricorda l’Orlando Furioso: la fantasia corre su fili che si intrecciano spostandosi avanti e indietro sulla linea temporale, e alla fine ciò che vince è l’ironia.
«L’inizio e alcune figure mi sono state suggerite proprio dall’Orlando Furioso. L’ho letto, riletto e continuo a leggerlo: è uno dei libri più belli dell’umanità. Nel Furioso ci sono tante storie che sono come tanti fili che si uniscono, si scontrano, si mollano, si riprendono. Ma anche i poemi cavallereschi sono così, e diversi romanzi, per esempio “Guerra e pace”, hanno tante storie che vanno avanti in parallelo».
Oltre all’Ariosto, chi c’è tra i suoi modelli?
«Questo è il mio primo libro di genere fantascientifico, classifichiamolo così, e indubbiamente ho guardato ad Isaac Asimov ma anche ai film di fantascienza americani del Novecento. Quando parlo di robot che funzionano male, ho in mente i robot che si vedono in quelle pellicole. Questi modelli però non li ho imitati, ne ho fatto il contrario».
Chi sono i dementi?
«Gli umani. Nel senso che hanno difetti di mente. Se uno dovesse pensare all’umanità e alla sua storia, con tutte le idiozie commesse, le assurdità, le ideologie sbagliate, capirebbe che è una storia di pazzi, di scemi. E anche i prodotti dell’umanità, i robot intelligenti del futuro, sono pieni di difetti. Il computer è utile, ma allo stesso modo si fa maledire: perché ha un virus, si guasta, non funzione come dovrebbe. È figlio dell’imperfezione umana».
Un monito per i giovani, così innamorati di questi “prodotti intelligenti”?
«No, direi che è un prendere atto che noi umani siamo un “ramo storto”. Gli animali, tutto sommato, seguono un programma preciso, sperimentato. L’uomo invece ha l’intelligenza, che è un vantaggio ma anche no: spesso lo fa sbagliare».
Errare come sbagliare, ma anche come muoversi. Torniamo al Furioso...
«Sì, noi passiamo da errore a errore. E forse gli sbagli e le cose che vanno male insegnano molto di più delle vite in cui va tutto bene. L’errore è un grande insegnamento. Ti fa diventare umile, ti permette di accorgerti dei tuoi limiti. Prendiamo la mia esperienza al Campiello: servirà».
Sta già lavorando a un altro libro?
«Ogni tanto scrivo dei pezzi per il Sole 24 Ore. Non so cosa ne uscirà, non so se mi porteranno a un libro».
Erriamo?
«Speriamo...». —
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