Cambiamento, precarietà e rinascita in scena a Festival Aperto. La regista Claudia Sorace racconta "Lontano da qui"
L'opera "Lontano da qui" in scena al Teatro Cavallerizza venerdì 28 e domenica 30 settembre. La regista: «Racconto il terremoto senza farne una vicenda di cronaca. Questa è la storia di una madre e di una figlia»
REGGIO EMILIA. «Apparentemente tutto sembra in quiete: il sole sta per tramontare come sempre e come sempre profumano i fiori. Se il tempo veramente è ciclico, perché non provare a tornare indietro? Forse, se si rifacesse tutto perfettamente uguale, si potrebbe partire, andare via, uscire da questo tempo e mettersi in strada. Lontano da qui».
Come da tradizione, anche l'edizione 2018 di Festival Aperto, intitolata "Passaggi", presenta un'opera: una produzione fatta di testo, musica e con i cantanti. In questi anni, per lo più, il tema era tratto dall’attualità, inerente a un fatto di cronaca, vedi il lavoro sulla strage di Brescia, oppure legato un personaggio, come è avvenuto nel caso di “Corpi eretici” dedicata a Pasolini.
Quest’anno il soggetto è il terremoto che ha martoriato una parte dell’Italia centrale. L'opera “Lontano da qui, su musica di Filippo Perocco, va in scena al Teatro Cavallerizza venerdì 28 settembre ore 20.30 e domenica 30 settembre ore 18. Marco Angius dirige l’Ensemble strumentale del teatro lirico sperimentale di Spoleto e l’Ensemble L’arsenale; interpreti vocali Daniela Nineva (mezzosoprano), Livia Rado (soprano) ed Emanuela Sgarlata (soprano).
La regista Claudia Sorace di Muta Imago, compagnia teatrale di ricerca fra corpo e modi installativi, ma anche assistente di Gabriele Vacis, ci racconta che l’opera fa riflettere sul cambiamento e sulla precarietà per alludere poi alla rinascita. «L' approccio - spiega - è stato condiviso fin da subito con il musicista Filippo Perocco e con il librettista Riccardo Fazi con i quali abbiamo affrontato il tema non sotto l’aspetto documentaristico o sentimentale. Al centro c'è una casa abitata da una madre e da una figlia. Tutto comincia la sera prima del terremoto, quando la figlia torna a casa al paese. Siamo in Valnerina in una situazione come tante, quindi le donne compiono azione quotidiane, preparandosi per andare a dormire: chiudono le finestre, si lavano i denti. Poi succede il fatto...».
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