Il terremoto come cambiamento e possibilità di rinascita Sorace racconta “Lontano da qui”
La regista: «Qui il sisma non è una vicenda di cronaca. Questa è la storia di una madre e di una figlia»
REGGIO EMILIA
«Apparentemente tutto sembra in quiete: il sole sta per tramontare come sempre e come sempre profumano i fiori. Se il tempo veramente è ciclico, perché non provare a tornare indietro? Forse, se si rifacesse tutto perfettamente uguale, si potrebbe partire, andare via, uscire da questo tempo e mettersi in strada. Lontano da qui».
Come da tradizione, anche l’edizione 2018 di Festival Aperto, intitolata “Passaggi”, presenta un’opera: una produzione fatta di testo, musica e con i cantanti. In questi anni, per lo più, il tema era tratto dall’attualità, inerente a un fatto di cronaca, vedi il lavoro sulla strage di Brescia, oppure legato un personaggio, come è avvenuto nel caso di “Corpi eretici” dedicata a Pasolini.
Quest’anno il soggetto è il terremoto che ha martoriato una parte dell’Italia centrale. L’opera “Lontano da qui”, su musica di Filippo Perocco, va in scena al Teatro Cavallerizza venerdì alle 20.30 e domenica alle 18. Marco Angius dirige l’Ensemble strumentale del teatro lirico sperimentale di Spoleto e l’Ensemble L’arsenale; interpreti vocali Daniela Nineva (mezzosoprano), Livia Rado (soprano) ed Emanuela Sgarlata (soprano).
La regista Claudia Sorace di Muta Imago, compagnia teatrale di ricerca fra corpo e modi installativi, ma anche assistente di Gabriele Vacis, ci racconta che l’opera fa riflettere sul cambiamento e sulla precarietà per alludere poi alla rinascita. «L’approccio – spiega – è stato condiviso fin da subito con il musicista Filippo Perocco e con il librettista Riccardo Fazi con i quali abbiamo affrontato il tema non sotto l’aspetto documentaristico o sentimentale. Al centro c'è una casa abitata da una madre e da una figlia. Tutto comincia la sera prima del terremoto, quando la figlia torna a casa al paese. Siamo in Valnerina in una situazione come tante, quindi le donne compiono azione quotidiane, preparandosi per andare a dormire: chiudono le finestre, si lavano i denti. Poi succede il fatto...».
E in scena?
«Il terremoto determina lo spartiacque, segnando il prima e dopo. Il riferimento si trova nel tulle che cade e la casa si scompone. Ma l’evento che raccontiamo non è un racconto di cronaca preciso e contestualizzato. Piuttosto nel corso dell’opera è allusivo di qualsiasi fatto che cambia in modo irreversibile le circostanze, cambia la realtà».
Come prosegue la storia dopo il fatto?
«La figlia cerca di torna indietro, a prima dell’evento catastrofico, cerca soltanto di riavvolgere il nastro, di passare attraverso quello che è stato».
Ma che cosa è successo in realtà?
«Probabilmente la madre muore e la figlia che sopravvive deve affrontare il cambiamento. E così, di fronte al crollo, prova a tornare indietro cominciando a rievocare il passato per poi salutarlo ed archiviarlo. La figlia rimane fino a quando raccoglie quello che le serve per trovare una dimensione di futuro. Cerca di compiere gli stessi gesti, si potrebbe tornare lì, prima che tutto accada. Pensa che se rifacesse tutto perfettamente uguale, potrebbe partire, andare via, uscire da questo tempo e mettersi in strada. Lontano da qui».
La riflessione e la trama dell’opera sembrano non rinunciare ad un elemento poetico.
«Il riferimento va alla Dickinson e si riflette sul rapporto tra l’uomo e la natura che è presente come un’immagine vera e propria. Si racconta la natura della Val Nerina ed è sempre la natura che guarda le due protagoniste colte nella loro intimità domestica».
Ma la natura come si presenta?
«Appare come una terza voce che sta nella buca dell’orchestra; dal punto di vista narrativo collega il tutto e funge da guida agli accadimenti».
Qual è la difficoltà più rilevante del suo lavoro?
«Tenere saldo il percorso emotivo della protagonista e costruire lo spazio adatto allo svolgimento di questa storia interiore, trovando l’equilibrio tra la narrazione lineare e l’andamento emotivo; quindi la costruzione di spazi, luci, ambienti che in maniera efficace mettano insieme i diversi stati della vicenda. La casa appare come un modellino in quanto ci sono elementi simbolici e “segue” idealmente lo stato interiore delle protagoniste; è un luogo effimero, ma concreto e mobile. D’altra parte penso sempre allo spazio in chiave installativa perché sia vivo in relazione ai cantanti senza trasmettere un senso staticità». —
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