Gazzetta di Reggio

il compositore 

«Per “Lontano da qui” mi sono ispirato a Spoleto e alle campane dormienti»

G.B.
«Per “Lontano da qui” mi sono ispirato a Spoleto e alle campane dormienti»

L’opera è in scena al Teatro Cavallerizza  stasera alle 20.30 e domenica alle 18 «Le parole chiave: detrito, canto, precarietà» 

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REGGIO EMILIA

«Le “campane dormienti” (così ho deciso di chiamarle) catalogate e custodite nel Deposito dei Beni Culturali di Santo Chiodo, a pochi chilometri da Spoleto, hanno rappresentato per me l’elemento cardine che ha dato il via alla fase di scrittura e che mi ha accompagnato sino alla fine del lavoro», spiega il compositore Filippo Perocco a proposito della musica dell’opera “Lontano da qui” – su libretto di Riccardo Fazi per la regìa di Claudia Sorace di Muta Imago, compagnia teatrale di ricerca fra corpo e modi installativi, ma anche assistente di Gabriele Vacis – in scena per il Festival Aperto al Teatro Cavallerizza questa sera alle 20.30 e domenica sera alle 18.

Marco Angius dirige l’Ensemble strumentale del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto e l’Ensemble; interpreti vocali sono Daniela Nineva (mezzosoprano), Livia Rado (soprano) e Emanuela Sgarlata (soprano).

Il riferimento al tema racchiuso dai contenuti dell’opera, una riflessione sul cambiamento, la precarietà, con un richiamo indiretto al terremoto che ha colpito l’Umbria si lega per quanto riguarda la musica di “Lontano da qui” con una scrittura che si rispecchia nello stile compositivo dello stesso Perocco.

«Nei miei lavori – spiega il compositore – ricorrono frequentemente riferimenti al detrito, al canto e alla precarietà. Il detrito inteso come scarto, come maceria e residuo di un materiale immaginario o preesistente. Il canto inteso come profilo lontano, come nenia ridondante e allo stesso tempo come radice concreta, sincera e viscerale. La precarietà come occasione per non nascondere a priori le nostre debolezze».

Altri elementi della partitura dell’opera si trovano nei riferimenti a danze popolari di quella terra, la Valnerina, così martoriata, come il salterello. E l’organico strumentale è composto da 10 strumenti, con un sintetizzatore, il pianoforte preparato. «Nel corso dell’opera – prosegue Perocco – alcuni devono intonare delle note che sussurrano e nel finale cantano le vocali del testo delle cantanti creando delle risonanze. Le due voci in scena, madre e figlia, sono poste secondo un rapporto che alimenta la percezione del prima e del dopo; e da notare il dialogo tra loro nella prima parte allucinato, autistico: si parlano ma non interloquiscono. Mentre la natura in buca (la buca che ospita l’orchestra è stata davvero realizzata al Teatro Cavallerizza, ndr) commenta e contempla le azioni dei due personaggi che si svolgono sulla scena. Queste radici, che tracciano la serenità e la crudezza della quotidianità, non rappresentano un vincolo bensì una delle possibili soluzioni per dar voce ad aspetti universali della vita dell’uomo, di oggi e di ieri». Tutte le informazioni sul Festival Aperto si trovano sul sito dei Teatri: www.iteatri.re.it. —

G.B.

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