Gazzetta di Reggio

Gli artisti in mostra fino al 16 novembre nella Casa di Cura Villa Verde Una scommessa che porta i pazienti a distrarsi grazie all’arte  

Steli metallici e acquerelli d’ombra Ecco l’altrove di Adani e Accorsi

Tullio Masoni

la recensioneTullio MasoniFino al 16 novembre alla Casa di Cura Villa Verde si può visitare la mostra di Oscar Accorsi e Fabio Adani. Un’attività meritoria, questa della clinica, che offre eventi di...

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la recensione

Tullio Masoni

Fino al 16 novembre alla Casa di Cura Villa Verde si può visitare la mostra di Oscar Accorsi e Fabio Adani. Un’attività meritoria, questa della clinica, che offre eventi di arte contemporanea in collaborazione col Circolo degli Artisti di Reggio Emilia. Qualcuno ha detto, o forse più di uno, che l’opera è una scommessa: per l’artista mentre lavora e alla fine, ossia con l’equilibrio che stacca l’opera medesima e le dona “sacralità”. In certa misura ciò vale anche per il luogo che la ospita, che ne assorbe la suggestione e la ricambia.

La mostra di Accorsi e Adani è allestita in un luogo “improprio”, si direbbe; la gente sfila ovviamente distratta nei corridoi, o fruisce dello spazio alberato in brevi pause di preoccupazione. La scommessa di Accorsi, Adani e di chi si è preso il rischio di promuovere l’evento, sta quindi nello stimolare attimi di distrazione altra, di sorpresa.

Accorsi ha collocato nel parco due file di stèli, costruite in sezione di rettangolo con tondino metallico saldato. Colonne reticolari, attraversate dalla luce, che a prima vista sembrano uguali e invece seguono ciascuna un suo disegno. Una specie di portico sull’erba, la cui volta potrebbe essere compiuta virtualmente. Accorsi è anche musicista, e si può supporre che la sua scultura implichi un suggerimento di suono a confronto con quello, incessante, che viene dal traffico stradale oltre i confini del giardino. Lui dice di essere sempre in imbarazzo quando gli chiedono del “significato”, di preferire domande sulla cosa per come si forma e risolve. Allora, forse, si potrebbe parlare di evocazione, un termine che nell’arte contemporanea ricorre ed è spesso fondamentale.

Degli acquerelli di Fabio Adani – grandi, in maggior parte – si nota immediatamente la finezza. Qui l’interrogarsi sui significati è naturale e viene dal racconto, dal sentimento umano esplicito, da un’angoscia poeticamente sublimata. In altre parole è l’uomo che contempla la propria condizione nella dismisura dello spazio e nel mistero del limite. «Noi pur giugnemmo dentro all’alte fosse / Che vallan quella terra sconsolata: / Le mura mi parea che ferro fosse». Non hanno la cupezza dantesca, i grandi ostacoli che sovrastano le minuscole sagome disposte dal pittore; l’effetto è raggiunto piuttosto per chiarità e pulviscolare abbacinamento. Metafisica? Gioco onirico-spaziale che ricorda certe piccole figure negli insiemi di Dalì? Anche, ma credo sia meglio concentrarsi sul ricorrere dell’ombra, cioè sull’evanescenza che, piaccia o meno, è propria dell’essere. Una sintesi che non si darebbe se l’intento riflessivo e di comunicazione non fosse “tecnicamente” virtuoso e risolto. Adani non è un pittore che sceglie il soggetto per poi affidarlo a una tecnica più o meno sapiente; l’esito ultimo delle sue immagini, infatti, sembra esaltare la ricerca di una necessaria dipendenza: fra la volontà del discorso e i mezzi del fare. —



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