Jiři Kylián e Diego Tortelli un mito e una promessa per creare “Bach Project”
Aterballetto protagonista di Festival Aperto il 19 ottobre al teatro Valli. “Sarabande” e “Domus Aurea” compongono il programma della serata
REGGIO EMILIA. Frutto di una coproduzione tra la Fondazione Nazionale della Danza e il Festival Mito -Settembre Musica oltre a Les Halles de Schaerbeek-Bruxelles, e in collaborazione con i teatri di Reggio, Piacenza, Parma, Ferrara, Modena e Ravenna, “Bach Project” in scena venerdì 19 ottobre al Valli per il Festival Aperto presenta Aterballetto alle prese con due coreografi e la musica del grande Kantor: l’uno, Jiři Kylián, oramai avvolto dalla leggenda, l’altro, Diego Tortelli, un’autentica giovane promessa.
Del primo sei danzatori della Compagnia interpretano “Sarabande” del 1990 sulle note dell’omonima danza racchiusa dalla Partita n.2 per violino solo. Dell’altro, la coreografia per tutta la compagnia “Domus Aurea”, che utilizza, eseguite dal vivo dall’ensemble Sentieri Selvaggi la trascrizione delle Suite Francesi. “Bach Project” ha debuttato con successo lo scorso settembre al Teatro Carignano di Torino.
«Come la musica di Bach è percorsa da due linee, due strade parallele ed immaginarie: una razionale geometrica, fatta di piccole particelle che vanno a costruire la vasta forma, e una irrazionale che tocca l’emotività, il cuore – ci spiega il coreografo Tortelli – anche dal punto di vista coreografico ho rispettato questo doppio binario, e ciò va inteso come “costruzione” ma anche per creare le relazioni tra i danzatori e i loro corpi. E quattro sono le idee, i concetti che sottintendendo il rapporto tra musica e coreografia: costruzione, cedimento, distruzione e rinascita. Tali situazioni si possono anche associare ad esempio alla vita dell’uomo escluso naturalmente il “rinascere”: se lo intendiamo sempre come un continuo perfezionarsi è ok, altrimenti non gli è possibile»
A cosa si riferisce il titolo “Domus Aurea”?
«Non alla casa di Nerone, ma ad una struttura - archetipo della costruzione, quindi del cedimento: anche in questo caso, per tutto quello che non concerne la coreografia, si procede su un doppio binario, in quanto dal punto vista scenico la “fredda” struttura minimale, costituita da una stanza a quattro porte, se però viene adeguatamente illuminata riflette e comunica espressività; tali elementi sono stati sviluppati dall'architetto e artista visuale Massimo Uberti e dal light designer Carlo Cerri».
Come è il tuo rapporto con i danzatori?
«Quando mi appresto a lavorare ad una creazione, già dal primo incontro con i danzatori, arrivo con idee e concetti, che prendono forma a mano a mano che li osservo mentre usano i vari linguaggi del corpo. Così in “Domus Area” sono nati i duetti e i trii e tutte le situazioni per le quali i danzatori incastrano e deformano i loro corpi secondo quell’idea di labirinto che da sempre caratterizza il mio modo di comporre per la danza. Secondo l’idea portante che sta alla base della coreografia: i corpi intrecciati s’inventano nuove forme, ma i contrasti che derivano dai corpi disarticolati fanno nascere delle sensazioni».
E la musica?
«Le Suites Francesi per clavicembalo sono state trascritte da Giorgio Colombo Taccani per i cinque strumentisti dei Sentieri Selvaggi che lo eseguono. La musica contiene degli effetti sonori elettronici e anche questo lavoro rispecchia i quattro concetti relativi all’impianto coreografico; succede in relazione alla costruzione, al cedimento a cui allude anche in partitura: ad esempio la combinazione dei suoni attraverso situazioni di pienezza e svuotamenti».
Un pensiero sul lavoro di Jiři Kylián?
«Una meraviglia che non passerà mai di moda. Giocato sui contrasti, in quanto ci sono abiti dell’800 appesi in alto contenenti dei microfoni che riproducono suoni e rumori prodotti dai danzatori, i sei uomini che devono mostrare il loro potere aggressivo di uomini come maschi della nostra epoca rispetto all’uomo dell’Ottocento. Kylián esalta la poesia della danza e della musica, insieme, come pochi coreografi fanno. Compone sempre perfettamente i corpi sopra la partitura così che la composizione dei corpi stessi crea sempre armonia anche quando sotto vi sono suoni piatti e aritmici».
Quando ha avvertito il desiderio di creare coreografie?
«Da sempre! Mia madre racconta che al mio paese (Capriano del Colle in provincia di Brescia), fin da piccolo organizzavo delle coreografie per le bambine che poi mostravo a tutti… A parte gli scherzi, devo questa mia attività al fatto che sono stato un danzatore fortunato incontrando le persone giuste. Ho cominciato a fare il coreografo quand’ero sicuro che contenesse qualche cosa di mio; il Museo d’Arte Moderna di Chicago ha ospitato per primo un mio lavoro in site-specific; l’attività è poi continuata al Ballet National de Marseille diretto da Frederic Flamand».
Come è stato lavorare con Aterballetto?
«Sono danzatori eccezionali capaci di lavorare su più fronti. Ho trovato una compagnia che sa far gruppo ma nel contempo ognuno di loro spicca con la proprie doti».
Impegni futuri?
«Il 12 ottobre debutta all’Elfo Puccini di Milano l’altro mio lavoro “Lorca sono tutti”, mentre il 30 ottobre per la stagione della Fonderia, in una serata condivisa, ( ci sono pièces di Mattia Russo - Antonio de Rosa e di Philippe Kratz) ritorno con “Pasiefhae” una coreografia alla quale resto legato in quanto esprime la mia idea originale sul labirinto, determinante per lo sviluppo stesso del mio pensiero creativo». —
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