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Federico Buffa racconta quella notte a Kinshasa, quando Muhammad Ali cambiò la storia

Adriano Arati
Federico Buffa racconta quella notte a Kinshasa, quando Muhammad Ali cambiò la storia

Giovedì sera (ore 21) al teatro De André di Casalgrande un intreccio di sport, politica, musica e storia. Il giornalista: «E' stato un match di una potenza spaventosa, in un contesto incredibile»

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CASALGRANDE. «Un mese spettacolare nel cuore degli anni ’70», con al centro «il più grande campione del Novecento», Muhammad Ali o Cassius Clay che si dir si voglia. Un evento oggi davvero dipinto di leggenda, che il più bravo dei narratori sportivi italiani, Federico Buffa, porta a Casalgrande.

Giovedì 18 ottobre al teatro De André, alle 21, si potrà assistere a “Una notte a Kinshasa”, il monologo del commentatore televisivo ora diventato attore teatrale, dedicato all’incontro del secolo, la “Rumble in the jungle” combattuta il 30 ottobre a Kinshasa, capitale dell’allora Zaire oggi Repubblica Democratica del Congo. Chiamati dal dittatore Mobutu si sfidarono il campione George Foreman e la grande leggenda Muhammad Ali. Un intreccio di sport, politica, musica e storia che Buffa racconta da anni nel suo spettacolo.

Un evento unico?

«L’unico grande evento sportivo del Novecento in Africa. Sino ai mondiali di calcio del 2010 non è avvenuto nulla di simile in Africa. Ed è anche un evento fra i più sorprendenti».

Perché?

«È un match di una potenza spaventosa in un contesto incredibile, Muhammad Ali non poteva vincere, non poteva nemmeno sopravvivere».

La narrazione si ferma al combattimento?

«Cinque anni dopo i due si re-incontrano, Foreman è un uomo cambiato, si è ritirato, anche se poi tornerà a combattere. È un momento poco conosciuta della loro vita ma decisivo. Lì il loro rapporto riparte, e sulla loro telefonata finisce il mio spettacolo».

Telefonata?

«Muhammad Ali registrava le chiamate in quel periodo, io finisco proprio su quel dialogo, sulla visione pan-umanista che lo rende ancora superiore al campione, e lui per me è stato più grande campione del Novecento».

L’uomo davanti a cui si inginocchiavano i Beatles. E oggi poco noto.

«Se oggi si chiede a un ragazzo chi era George Best, che ha giocato in quegli stessi anni, probabilmente sa chi è. Con Muhammad Ali è diverso. E dire che tutti conoscono il mondo che ha generato».

Che intende?

«A breve inizia la Nba, il campionato di basket americano. Lebron James, appena Muhammad è morto, lo ha salutato con un tweet in cui scriveva: “Grazie, è successo tutto grazie a te”».

E aveva ragione?

«Sì. Muhammad Ali è stato il primo afroamericano a unire la gestualità così peculiare al gesto atletico. Ha rischiato quello che ha rischiato, tutti gli atleti neri che ne hanno coscienza gli rendono omaggio».

Anche la coscienza politica afro-americana è nata con lui.

«Alcuni dei protagonisti degli anni Sessanta ancora attivi dicono che il momento più importante del periodo è quando Malcolm X convince Muhammad Ali ad aderire al Black Islam. Malcolm X sa che diventerà un campione, un megafono dei diritti civili, e negli anni Sessanta anche chi non voleva ascoltare ha dovuto farlo».

I tempi stavano cambiando, per fare una citazione facile?

«Tutto doveva cambiare in quel periodo, tutti dovevano ascoltare. Il paradosso più veemente è che lo fa prima Muhammad Ali. Martin Luther King, il premio Nobel per la pace, fino al 1967 non si permette una parola sulla guerra in Vietnam».

Ali sì.

«Lui è quello che ha meno interesse di tutti a farlo ma lo fa, quasi in modo inconscio, ingenuo, e dice che nessun vietcong gli aveva mai fatto nulla di male. Rinuncia ai soldi, alla libertà, e tanti capiscono. Lui, un ragazzo dislessico, diplomato quasi a forza».

Lui, il campione che vince in Zaire.

«E contro aveva Foreman, un atleta eccezionale che aveva battuto Joe Frazier, lo stesso Frazier che aveva sconfitto Ali al rientro».

Il match che non poteva vincere?

«Credo che Muhammad Ali, come Michael Jordan, abbia portato le facoltà umane al limite della conoscenza».

In un contesto assurdo, per gli occhi di oggi?

«Una dittatura lunghissima, sotto lo stadio in cui combattono, Mobutu, diventato il settimo uomo più ricco del mondo, aveva fatto uccidere cento prigionieri a caso pochi giorni prima. Con gli abitanti schierati con Muhammad Ali, con il famoso “Ali Bomaye”, “Ali uccidilo”. Perché Foreman si presentò con il suo pastore tedesco, il cane che il re Leopoldo aizzava contro i congolesi. Il tutto unito a un concerto fantastico. È tutto eccezionale, un mese spettacoloso nel mezzo degli anni Settanta».

Con tanti richiami all’oggi. Più ora che cinque anni fa, non crede?

«Niente da aggiungere. Diciamo che questo è uno spettacolo che si inserisce perfettamente nella contemporaneità». —




 

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