«Vi suoniamo le nostre radici»
Silvia Tarozzi e Debora Walker, violino e violoncello, domani alle 18 al Valli in occasione di Festival Aperto «Porteremo sul palco canzoni di guerra, di lavoro e d’amore. Quelle delle mondine ma rivisitate da noi»
L’INTERVISTA
GIULIA BASSI
Attraverso il Festival Aperto è possibile scoprire personalità musicali peculiari, alternative, decisamente interessanti. Come il duo violino e violoncello formato dalla bolognese Silvia Tarozzi e dalla reggiana Debora Walker.
Sul palcoscenico del Teatro Valli, domani alle 18, le musiciste propongono “Canzoni di guerra, di lavoro e d’amore”, alias canti delle mondine riveduti. La particolarità della proposta sta nel fatto che il loro percorso artistico approda a questo repertorio in concomitanza con esperienze legate alla forme più estreme ed eccentriche sul versante della musica contemporanea. Dopo essersi conosciute, hanno studiato e sviscerato con un docente d’eccezione qual è Enzo Porta, grande violinista esperto di avanguardia musicale – ma non solo – che anni fa era quasi di casa al Peri.
Come vi siete incontrate?
«Il nostro duo – racconta Debora – nasce da un’amicizia. Ci siamo conosciute a Reggio dove io mi sono diplomata in violoncello con Marco Perini. Ho incontrato Silvia per la prima volta ad un corso di improvvisazione organizzato dall’associazione Sheherazade e tenuto da Vincent Courtois. In quell’occasione si sono formati dei gruppi e tra questi ho conosciuto Agnès Vesterman violoncellista francese che è diventata la mia insegnante».
«È successo nel 2003 – aggiunge Silvia – io mi dedicavo a tutto il repertorio compresa la musica antica, ma studiando a Bologna con Enzo Porta uno sguardo speciale era per la musica del nostro tempo. È stato un vero insegnante, si faceva delle domande sugli allievi portando avanti con ciascuno di essi un lavoro specifico».
Qual è stato il consiglio più importante che vi ha regalato Enzo Porta?
«Ci ha spronate fin da subito a continuare a studiare il repertorio – risponde Debora – ma anche a comprendere i segreti dell’improvvisazione come fanno i jazzisti. A suonare con libertà. E ci è piaciuto tanto che ci siamo mosse in più strade anche per quanto riguarda la creazione dei pezzi nuovi. Ci ha fatto capire che si poteva fare musica in modo diverso e così abbiamo fatto, arrivando a creare dei pezzi in stretta collaborazione con i compositori: abbiamo lavorato con Pascale Criton ed Eliane Radigue, pioniera della musica elettronica, facciamo parte dell’ensemble Dedalus. Importante è stata la collaborazione con il compositore e artista americano Philippe Corner che dal ’92 risiede a Reggio. Con lui, fondatore del gruppo Fluxus, legato a movimenti di importanza storica come action music, performance art, abbiamo realizzato l’album “Philip Corner–Extreemizms early & late».
«Enzo Porta – le fa eco Silvia – ci ha spronato ad essere curiose e ad approfondire volta per volta il timbro e il dettaglio sonoro rispetto alle musiche che dovevamo studiare. Abbiamo anche studiato partiture verbali e grafiche...».
Da questa curiosità e nata la passione per il canto delle mondine?
«Per gioco – racconta Silvia – alla fine dei concerti a volte proponevamo un tema tratto dai canti delle mondine alla stregua di uno standard jazzistico: era “Pietà l’è morta”. Il fatto era che ci piaceva suonare e cantare insieme brani che rimandavano alle nostre origini culturali; oltre ad averne una conoscenza diretta in quanto avevo una nonna che è stata mondina... Così abbiamo ascoltato il repertorio, facendo anche un lavoro di analisi per il quale ci siamo serviti della nostra preparazione. Da qui la decisione a riproporre questi canti in una versione caratterizzata da una profonda ricerca timbrica, sonora e formale per quanto riguarda le voci ed il tessuto strumentale».
«Abbiamo voluto riprendere questo repertorio con i nostri mezzi – aggiunge Debora – non come semplice recupero della tradizione. Lo facciamo da un anno con concerti in Islanda (dove siamo andati in una scuola elementare), poi a Londra, in Messico, a Modena». «Con violino, violoncello e voce – conclude Silvia – abbiamo messo in valore alcuni aspetti della vocalità o della struttura dei canti tradizionali. Le parole delle Mondariso raccontano le loro fatiche, il lavoro pesante e mal pagato, gli amori, la guerra, la rivolta sociale, la violenza del potere e il desiderio di giustizia. Questa storia umana e sociale ci riguarda da vicino: è quella di canti e racconti trasmessi in casa, nelle feste di paese o a scuola, quando l’Anpi o il Comune invitavano donne e uomini a raccontare e a cantare ai bambini la loro esperienza in guerra e nei campi». —
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