Gazzetta di Reggio

Il corso di cucina diventa un libro, la favola bella (e buona) di Save the Caplèt

Linda Magnoni
Il corso di cucina diventa un libro, la favola bella (e buona) di Save the Caplèt

Reggio Emilia, Giovanni Di Raimo e Vanessa Ramadan da un anno organizzano in giro per la provincia corsi per imparare a cucinare cappelletti, ma anche tortelli ed erbazzone. L'esperienza, ora, è confluita in un volume pubblicato da Aliberti e in vendita con la Gazzetta di Reggio fino al 29 ottobre 

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REGGIO EMILIA. Impasta, riempi, chiudi, ripeti. Questo è il loro motto. Nel giro di pochissimo tempo hanno saputo conquistare tutti con l’arte del fornello: sono Giovanni Di Raimo e Vanessa Ramadan, reggiani doc, ideatori del progetto “Save The Zdora”. Da quasi un anno, grazie ai corsi di cucina, portano in giro per la città e la provincia i segreti della tradizione reggiana, facendo mettere le mani in pasta a grandi e piccini. Ora hanno raccolto la loro esperienza in un libro, pubblicato da Aliberti e in edicola con la Gazzetta di Reggio fino al 29 ottobre. Ecco che cosa ci hanno raccontato.

Come è nata l'idea del libro?

«La leggenda narra che un giorno, di prima mattina, un editore reggiano si trovasse su un treno Reggio Emilia-Roma, sul quale trovò una copia della Gazzetta di Reggio che in prima pagina recitava: “Reggiani, Save the Caplet!”. Incuriosito, lesse l’articolo e decise di contattare gli ideatori del progetto per realizzare un libro. Gli ideatori ne furono entusiasti e vissero per sempre felici e... cappelletti».

Come è stato passare dal matterello alla penna, per voi rezdori-autori?

«In realtà noi di mestiere scriviamo, ci occupiamo di comunicazione e in particolare della creazione di contenuti editoriali per diversi brand. Quindi è stato piuttosto semplice: non dovevamo far altro che raccontare fatti realmente accaduti».

Che cosa ci insegna la trazione?

«Le tradizioni sono importanti: ci dicono chi siamo, e la cucina è il rapporto più diretto che abbiamo con la terra in cui viviamo e hanno vissuto le generazioni prima di noi. È quindi un’espressione di civiltà. In particolare, i cappelletti sono l’emblema della nostra tradizione: vengono fatti in tutte le località reggiane, dall’Appenino al Po. Eppure il ripieno è diverso da famiglia a famiglia, in quanto a dosi e ingredienti... è come l’impronta che ogni rezdora dà alla propria famiglia».

Che cosa c’è oltre al ripieno, dentro i cappelletti?

«Ci siamo noi tutti: i reggiani. Quelli che non vogliono lasciar cadere nel dimenticatoio le proprie origini. Ecco allora la nascita di questo progetto: il tutto perché non abbia a morire la cucina tradizionale reggiana. Nessuno di noi è cuoco o chef, siamo semplicemente appassionati ricercatori e cultori delle nostre più autentiche tradizioni popolari. Vogliamo impararle, tramandarle e condividerle con tutti quelli che desiderano partecipare. Vogliamo salvare la zdora che è in noi».

Quindi qual è la vera e unica ricetta del cappelletto, se c’è?

«La risposta è contenuta nel libro. Al suo interno abbiamo riproposto la nostra ricetta, ma è solo leggendolo integralmente che si potranno carpire i veri segreti delle rezdore...».

Quali altri piatti della tradizione reggiana proponete?

«Il libro si concentra sui cappelletti e di come il progetto Save the Caplét ha preso vita. Lo fa raccontando come è nato il corso e i tanti aneddoti legati al cappelletto, aneddoti che potrebbero appartenere alla storia di una qualsiasi famiglia reggiana. Chissà, magari ci saranno altri episodi della saga... Intanto possiamo rivelare, in esclusiva, la ricetta dell’erbazzone secondo Zdora».

Cosa vi ha insegnato l’esperienza di Zdora, fino ad oggi?

«Save the Caplét compirà un anno il 7 novembre: in questi mesi siamo stati invitati a tanti eventi e manifestazioni come porta bandiera della nostra tradizione e questo per noi è il successo più grande. Di tutte le cose che abbiamo imparato ce n’è una veramente importante: i giovani reggiani hanno ancora tanta voglia di apprendere le tradizioni e soprattutto di metterle in pratica. Hanno entusiasmo e voglia di fare, c’è un ritorno al senso di famiglia, alla riscoperta dell’usare le mani, all’autenticità».

Programmi per il futuro?

«Tantissimi! Stiamo per lanciare un corso di team building per le aziende: osservando le dinamiche di gruppo che si creavano durante i nostri corsi abbiamo capito che nulla necessita di più del lavoro di squadra della preparazione dei cappelletti. Poi possiamo anche anticipare che stiamo per esportare il format fuori dai confini reggiani. Per saperne di più fate un salto sulla nostra pagina facebook “Zdora” o sul sito zdora.it». —


 

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